Emergenza cibo, come il biologico potrebbe sfamare l’Europa

Secondo uno studio internazionale, esiste la possibilità di nutrire i cittadini del vecchio continente con il bio entro il 2050. Ma per riuscirci occorre sostanzialmente modificare livello, qualità e quantità dei consumi alimentari

L’uomo del XXI si trova davanti alle sfide decisive per la continuazione della specie antropica. Da un lato occorre capire come sfamare gli oltre 800 milioni di individui che al momento non ce la fanno, dall’altro l’obiettivo è preservare la terra. Forse l’agricoltura biologica può essere la soluzione ad entrambe le istanze, anche se il pensiero dominante suggerisce che la produzione di cibo sostenibile non si può fare su larga scala.

Oggi giunge una risposta, parziale, confortante, che va nella direzione opposta; uno studio del Cnrs, il National center for scientific research, realizzato in collaborazione con ricercatori di tre università europee (l’Universidad Politecnica de Madrid, la Chalmers university of technology di Gothenburg, l’University of Natural resources and life sciences di Vienna), del Jrc, il Joint research centre e dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha concluso che nel 2050 l’agricoltura bio potrebbe riuscire a sfamare tutta la popolazione europea, stimata in 600 milioni di persone per quella data.

Con il titolo Rimodellare il sistema agroalimentare europeo e chiuderne il ciclo dell’azoto: le potenzialità per coniugare cambiamento alimentare, agroecologia e circolarità, l’analisi indica come concretamente raggiungibili obiettivi ambiziosi, ad esempio il poter soddisfare il fabbisogno alimentare dell’intera Europa attraverso le colture biologiche. Esse sarebbero in grado di ridurre l’inquinamento idrico e le emissioni di gas serra.

Ridurre le proteine animali in tavola

Sì, ma come riuscirci? Lo studio individua tre obiettivi per realizzare la rivoluzione agricola all’insegna dell’agroecologia. L’input principale è il cambiamento delle abitudini alimentari, la necessità di ridurre il consumo di carne, il che permetterebbe di limitare l’allevamento intensivo ed eliminare le importazioni di mangimi. Oggi in Europa il 55 per cento della dieta è a base di proteine di origine animale (carni, latte, uova e pesce), ovvero il doppio del consumo consigliato dalla Fao e dall’Oms. Un cambiamento positivo sia per la salute delle persone sia per la sostenibilità ambientale. L’impatto del consumo di carne è troppo alto; il consumo eccessivo di carne e latte è spesso associato a problemi cardiovascolari e a cancro del colon retto, ma ovviamente contenere il consumo di proteine animali presenta vantaggi per l’ambiente. Riduce l’inquinamento idrico e le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi.

La rotazione delle colture

Il secondo intervento da proporre è l’introduzione della rotazione delle colture, che consente di fare a meno di fertilizzanti azotati sintetici e pesticidi. Potrebbe funzionare in questo modo: l’agricoltore su un terreno coltiva l’erba medica, un legume che fissa l’azoto per due anni. Poi sullo stesso appezzamento coltiverà cereali che si nutriranno dell’azoto ceduto al terreno dall’erba medica. Poi si passerà ad un altro tipo di leguminosa, e così via. Tra l’altro, i legumi, come l’erba medica o il trifoglio, sono piante che invadono il terreno molto rapidamente e che impediscono alle erbe infestanti di stabilirsi.

Tornare al rapporto tra animali e campi

La terza leva necessaria consiste nel tornare a un rapporto equilibrato tra coltivazioni e allevamenti. Oggi l’eccessiva separazione tra campi agricoli e animali sta rendendo il suolo sempre più povero di materia organica. “Quando siamo stati in grado di utilizzare fertilizzanti azotati industriali, non abbiamo più avuto bisogno di bestiame per fertilizzare i seminativi”, si dice nella ricerca: “abbiamo specializzato eccessivamente le regioni tra coltivazione e allevamento. Questo spiega perché zone come l’Île-de-France sono dominate dalla coltivazione dei cereali, mentre altre meno fertili come la Bretagna sono specializzate nell’allevamento. Con la conseguenza che ci sono suoli impoveriti a causa dell’assenza di bestiame, e altri penalizzati economicamente dalla mancanza di raccolti”.

L’agricoltura bio aiuta le api

Ritornare alla complementarità tra animali e colture permetterebbe, dunque, di difendere la biodiversità dei terreni e di contenere il declino delle api, operosi insetti che così potrebbero fruire di una dieta più equilibrata in grado di fortificare il loro sistema immunitario.

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