Sono state approvate ripercussioni di tipo finanziario che però generano effetti per il omento solo sulla vita della popolazione, che si scopre improvvisamente povera

La Russia ha invaso l’Ucraina, stato sovrano confinante e per il momento il mondo politico occidentale ha reagito introducendo sanzioni, con l’obiettivo di destabilizzare la capacità di Putin di sostenere finanziariamente la guerra. Si intende aggredire l’economia, dunque. Il fine ultimo è quello di colpire gli oligarchi legati al regime, ma inevitabilmente peseranno anche sui cittadini. Anche perché al momento è impossibile prevedere la loro durata.

Sono stati congelati nelle banche europee i beni personali di zar Vlad e degli oligarchi a lui vicini ed i 351 membri della Duma che hanno votato per riconoscere le repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk non hanno più libero accesso nell’Unione europea. Le riserve in valuta straniera della banca centrale russa sono state bloccate.

Alcune banche russe non possono più eseguire operazioni all’estero o in valuta straniera. A cittadini e imprese statunitensi è stato impedito di svolgere operazioni finanziarie che coinvolgono la banca centrale della Russia e il suo fondo sovrano.

Inoltre, gli istituti di credito ex sovietici sono stati esclusi dal sistema Swift (Society for worldwide interbank financial telecommunication). E’ una piattaforma che consente agli istituti finanziari di scambiarsi transazioni in modo sicuro, attraverso un codice (il codice Swift, appunto) con cui possono verificare reciprocamente la propria identità. Se non esistesse, ciascuna di esse dovrebbe essere gestita manualmente da un impiegato, con un tempo di latenza di qualche ora. E un costo aggiuntivo stimato in cento dollari a transazione.

Non siamo certi che sia un deterrente di grande impatto poiché le banche russe potrebbero adottare circuiti alternativi, come Sfps (creato proprio dalla banca centrale russa dopo l’invasione della Crimea nel 2014) o il cinese Cips. O forse addirittura Whatsapp. Alla fine potrebbero rimanere scottate solo le piccole imprese, per le quali costi aggiuntivi sarebbero gravi.

Bloccate poi, e questo può far male, le riserve in valute pregiate (fondamentalmente dollari); la banca centrale russa, per prepararsi a simili shock, nel corso degli anni aveva accantonato riserve per diversi miliardi di dollari ma, adesso, non le può toccare. E dubitiamo che in questa fase arrivino capitali da parte di investitori internazionali.

Anche per questo, il valore del rublo rispetto al dollaro è crollato. Fino a martedì 22 febbraio bastavano 78,8 rubli per comprare un dollaro americano; il 2 marzo ne servivano 110. Il 28 febbraio la banca centrale russa ha cercato di correre ai ripari raddoppiando il tasso di interesse, passato al 20 per cento. Nonostante ciò, l’agenzia S&P Global ha comunque tagliato il rating del debito sovrano russo al livello BB+, ritenuto speculativo.

L’improvviso rialzo dei tassi di interesse è spinto anche da un’altra considerazione. Quando il costo del denaro aumenta e l’accesso al credito diventa più difficile, infatti, c’è meno valuta in circolazione e si tiene così a bada l’inflazione, cioè l’aumento generalizzato del livello dei prezzi. Questo fenomeno si ripercuoterebbe immediatamente sui cittadini che, da un giorno all’altro, sarebbero costretti a pagare cifre molto più alte per qualsiasi cosa (dalla spesa al supermercato alle bollette dell’energia elettrica) e diminuirebbe il valore dei risparmi custoditi nel conto corrente bancario. Se la banca centrale russa decidesse di stampare altri rubli per risollevare l’economia, finirebbe invischiata esattamente in questa dinamica.

Impauriti da questa situazione, i cittadini russi si sono riversati in massa agli sportelli delle loro banche. Altri ancora si sobbarcano ore di attesa di fronte alla propria banca per accaparrarsi valuta straniera, soprattutto dollari, divenuti ormai introvabili in molte filiali. La speranza è quella di salvaguardare il valore dei propri risparmi, prima che il rublo si svaluti ulteriormente.

Per aggirare l’ostacolo, c’è anche chi opta per le criptovalute. Gli scambi con il rublo sono raddoppiati dall’inizio della guerra in Ucraina, raggiungendo i 60 milioni di dollari al giorno lunedì 28 febbraio. Impossibile sapere se si tratti di cittadini che provano a mettere in salvo i loro risparmi (o quantomeno a diversificare il rischio), oppure di oligarchi legati al governo e intenzionati a spostare i propri capitali altrove, sottraendosi alle sanzioni mirate contro di loro.


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