Quello che si temeva è poi accaduto. Il rischio di ripercussioni sulle forniture di grano e mais è davvero concreto, oltre alle difficoltà politiche che la vicenda presenta

Il processo che era in atto è improvvisamente esploso nelle ultime 36 ore, non appena sono giunte le prime notizie di un reale attacco all’Ucraina. Non solo il petrolio ne ha risentito ma anche i cereali. Sotto la spinta dell’attacco della Russia i prezzi del grano sono balzati del 5,7% in un solo giorno raggiungendo il valore massimo da 9 anni, pari a 9.34 dollari a bushel, quindi sugli stessi livelli raggiunti negli anni delle drammatiche rivolte del pane (le celebri “primavere arabe”), che coinvolsero molti Paesi del nord Africa come Tunisia, Algeria ed Egitto che è il maggior importatore mondiale di grano e dipende proprio da Russia e Ucraina. 

La notizia emerge in tutta la sua drammaticità dall’analisi alla chiusura del mercato future della borsa merci di Chicago, che rappresenta il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole. Esiste il rischio reale di speculazioni e carestie, che nel passato hanno provocato tensioni, sociali, politiche e flussi migratori anche verso l’Italia.

L’aumento delle quotazioni delle materie prime ha interessato anche i prodotti base per l’alimentazione degli animali negli allevamenti, come la soia, che ha raggiunto il massimo dal 2012 ed il mais che è al massimo da otto mesi.

L’Ucraina ha un ruolo importante anche sul fronte agricolo con la produzione di circa 36 milioni di tonnellate di mais per l’alimentazione animale (5° posto nel mondo) e 25 milioni di tonnellate di grano tenero per la produzione del pane (7° posto al mondo) mentre la Russia è il principale Paese esportatore di grano a livello mondiale.

Le tensioni tra i due Paesi rischiano di frenare le spedizioni dalla Russia e bloccare quelle ucraine dai porti del Mar Nero con un crollo delle disponibilità sui mercati mondiali ed il conseguente rischio di inflazioni su beni di consumo primario, carestie e tensioni sociali.

Una emergenza mondiale che riguarda direttamente l’Italia che è un Paese deficitario ed importa addirittura il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame. L’Ucraina è il nostro secondo fornitore di mais con una quota di poco superiore al 20% ma garantisce anche il 5% dell’import nazionale di grano.