Un nuovo modo di intendere la socialità ma anche una gestione dello spazio diversa, con evidenti ripercussioni sulla vita dei cittadini

Inattesa come la pandemia che l’ha provocata, giunge nelle nostre città un fenomeno nuovo, che adatta l’urbanistica alla vita delle persone e non il contrario. Non è una scienza, è più una pratica civica, ma il fenomeno si fa interessante. Mescola la sociologia con la street life e l’urbanistica soprattutto nelle grandi città.

Nasce spontanea e poi prende corpo; vediamo qualche esempio. Due anni fa, quando in strada non passava più nessuno a parte le ambulanze, qualcuno ha usato un po’ di nastro adesivo rinforzato e ha trasformato il cartello di senso unico in un canestro improvvisato. Sì, proprio di quelli usati per il basket. Qualcuno lo ha chiamato urbanistica tattica.

Su Repubblica leggiamo che “durante il lockdown”, le parole di Enrica Papa, esperta di pianificazione dei trasporti della University of Westminster di Londra, “è nata l’esigenza di recuperare spazi che non erano più usati per le auto, dai parcheggi alle aree davanti ai ristoranti, per restituirli alla socialità. A Londra, grazie a una disposizione che consentiva l’occupazione di suolo pubblico, nel giro di un mese hanno iniziato a spuntare come funghi nuove school street, cioè strade davanti alle scuole in cui, per alcune ore, le auto non possono più circolare”.

E non finisce qui.Pedbikeinfo, che ha creato un archivio di tutti gli interventi realizzati durante il periodo del Covid, ne ha contati 925 in giro per il mondo.  C’è chi, come fanno a Portland già dal 1997, ha colorato l’asfalto delle strade trasformandole in spazi comuni dove fermarsi a socializzare, magari con panchine, fioriere e tavoli da ping pong.

A Milano, il progetto Piazze Aperte ha permesso di cambiare volto ad alcune piazze proprio durante la pandemia. Ma è accaduto anche a Silvassa, in India, nell’ambito del progetto Streets for People Challenge. E poi c’è il parklet, aree attrezzate ricavate dallo spazio liberato dai posteggi per auto. Le strade sono state invase da tavolini, ombrelloni e sedie ovunque. Per non parlare delle cosiddette ciclovias (opens streets in inglese), intere strade della città, che vengono chiuse al traffico per un certo periodo di tempo. Le prime sono nate a Bogotà già nel 1974 e in Canada nel 1970, ma l’idea è stata ripresa ovunque: solo tra il 2014 e il 2015 sono state sperimentate in 496 città di 27 Paesi nel mondo.

Il tema di fondo è quello dell’urbanistica sociale, cioè riprogettare le nostre città. Si potrà arrivare a usare spazi dismessi, cambiare la funzione di strade, aree, piazze. Ma si arriverà mai ad un mutamento radicale dell’idea di città nel suo complesso e non solo nel luogo dell’intervento?

Ovviamente questo non basterà, bisognerà riprogrammare servizi ed infrastrutture ed il vero modo di vivere in agglomerati urbani. L’idea è che le cose importanti per la vita quotidiana delle persone debbano essere più vicine, come in quella che a Parigi chiamano ‘la città dei 15 minuti’. Il rischio, altrimenti, è ‘l’effetto carnevale’, in cui si fa festa un giorno per non mettere in discussione il modo in cui si fanno le cose nel resto dell’anno. 

Da questo punto di vista, è molto importante riuscire a trovare un equilibrio tra le iniziative dal basso e gli interventi dall’alto, pensati dalle amministrazioni comunali. A Gent (Belgio), per esempio, in quartieri anche periferici e con un tessuto sociale misto, da una decina d’anni hanno avviato un esperimento in cui, per un periodo di tempo limitato, in alcune strade vengono spostate tutte le auto e, al loro posto, viene steso un tappeto di erba sintetica, in modo da poter sperimentare usi diversi della strada.

Quali sono le implicazioni socio – urbane? Meno incidenti, maggiore autonomia dei bambini, minore inquinamento. Gli effetti positivi che i ricercatori hanno evidenziato studiando questi tipi di esperimenti sono molti e non riguardano soltanto la mobilità in senso stretto. Se si usa il proprio corpo per spostarsi, infatti, anche la salute pubblica ci guadagna; e poi ci sono gli aspetti sociali: nei casi che sono stati studiati si è visto che, se i bambini iniziano a giocare fuori e i genitori iniziano a interagire tra di loro, aumenta il senso di coesione sociale. Un aspetto importante, soprattutto nei quartieri periferici, dove questo tipo di interventi è più difficile, visto che l’accesso ai mezzi pubblici è molto più limitato rispetto a quelli centrali. I cittadini delle nostre metropoli sono pronti? Ed i loro amministratori? L’idea è suggestiva ed affascinante.