Ecco i più scandalosi prodotti venduti nel mondo con nomi che richiamano Cosa nostra

Il fascino del male come strategia di marketing applicato al cibo e alla ristorazione. Sta succedendo anche questo. La parola mafia, che da noi richiama in mente solo dolore e morte, all’estero continua ad essere utilizzata per caratterizzare e promuovere prodotti dell’agroalimentare e ristoranti. Una vergogna in crescita. Esposta a Palermo per la prima volta un’inquietante “collezione” dei più scandalosi prodotti agroalimentari venduti nel mondo con nomi che richiamano gli episodi, i personaggi e le forme di malavita organizzata. Una galleria degli orrori che colpisce il vero Made in Italy.

Ristoranti che sfruttano il “brand”Mafia

Da una analisi condotta sulla banca dati del sito web Tripadvisor, in cui sono recensiti i locali di tutto il mondo, emerge che sono quasi trecento i ristoranti che nel mondo si richiamano nel nome alla mafia: da “Baciamo le mani” a “Cosa Nostra” fino agli improbabili Felafel Mafia, Nasi goreng Mafia e Karaoke Bar Mafia, sfruttando gli episodi, i personaggi e le forme di criminalità organizzata più dolorose e odiose e danneggiando l’immagine del nostro Paese. In Spagna è possibile mangiare da “El padrino”, da “La dolce vita del padrino” e da “Baciamo le mani”, e anche nella martoriata Ucraina c’è una catena di locali “Mafia” che servono pizza e altri piatti della cucina internazionale e persino un “Karaoke bar mafia”. E non mancano divagazione sul tema, se è vero che in Russia c’è un ristorante chiamato “Camorra”.

Nella classifica dei Paesi con più locali ispirati al “mafia sounding” si piazza la Spagna con 63 ristoranti, grazie soprattutto alla catena “La Mafia se sienta a la mesa” diffusa in tutto il territorio nazionale che fa mangiare i clienti sotto i murales dei gangsters più sanguinari, mentre al secondo si piazza l’Ucraina (38 tra ristoranti, bar e pizzerie) davanti al Brasile (28). Ma attività che richiamano Cosa Nostra si trovano ormai dappertutto, dalla Germania alla Thailandia, dal Messico alla Corea del Sud, da Panama alla Moldavia, fino a Giordania, Malesia, Sri Lanka, Taiwan, Vietnam e Canada, solo per citarne alcuni. Un fenomeno odioso che nasce in molti casi dall’ignoranza o dalla scarsa sensibilità verso il dolore provocato dalla criminalità organizzata al quale andrebbe posta fine una volta per tutte.

I prodotti coinvolti, dal whisky “Cosa nostra” al vino Talha Mafia

L’elenco dei prodotti è ancora più lungo: dal whisky “Cosa nostra” con tanto di bottiglia a forma di mitra al vino Talha Mafia fino al caffè Mafiozzo ma anche il condimento sale e pepe Two Pig Mafia è allarme “mafia style” per l’agroalimentare italiano con milioni di euro di giro d’affari generati dall’uso di nomi legati alla criminalità. Dalla Scozia arriva invece il whisky “Cosa Nostra” in una bottiglia a forma di mitra con caricatore a tamburo degli anni di Al Capone e Lucky Luciano mentre in Portogallo si beve vino Talha Mafia “Pistol” con tanto di macchia di sangue stilizzata sulla confezione bag in box da 3 litri.

E poi in Germania si produce il Mafia Coffee Rub Don Marco’s, un condimento per la carne arrosto, come il PorkMafia Texas Gold che non viene però dagli Usa bensì dalla Finlandia. In Bulgaria si beve il caffè “Mafiozzo” invece gli snack “Chilli Mafia” si possono comprare in Gran Bretagna, mentre in Germania si trovano le spezie “Palermo Mafia shooting”, a Bruxelles c’è la salsa “SauceMaffia” per condire le patatine e la “SauceMaffioso”, mentre in America, nel Missouri, si vende la salsa “Wicked Cosa Nostra”. In terra tedesca si beve anche il “Fernet Mafiosi”, con tanto di disegno di un padrino, mentre sul collarino della bottiglia è addirittura raffigurata una pistola, sotto la scritta “Stop!”.

Italia, il danno di immagine che riceve dal mafia marketing

Al gravissimo danno di immagine del Mafia Marketing si aggiunge la beffa dello sfruttamento economico del Made in Italy in una situazione in cui la contraffazione e la falsificazione dei prodotti alimentari italiani solo nell’agroalimentare ha ormai superato i 120 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni, e che costa all’Italia trecentomila posti di lavoro. Si tratta di danni economici e di immagine soprattutto nei mercati emergenti dove spesso il falso è più diffuso del vero e condiziona quindi negativamente le aspettative dei consumatori.