Meno persone bisognose ma cresce il divario nord/sud
Il 16 ottobre ricorre la Giornata mondiale dell’alimentazione, una data che commemora la fondazione, nel 1945, della FAO. E come anno viene pubblicato il Ci arriviamo con il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World (SOFI), per l’occasione con i dati del 2025.
L’innovazione oggi
Lo slogan scelto dalla FAO per la Giornata di quest’anno è “Innovate today. Nourish tomorrow”. L’innovazione di cui parla l’organizzazione non è solo tecnologica: comprende i saperi tradizionali, le cooperative, la consulenza digitale a chi coltiva, mercati e distribuzione più efficienti, la riduzione degli sprechi.

Le soluzioni sono tante e composite, e vanno da reali interventi sulle filiere per renderle più circolari, a introduzione di tecnologie che non necessariamente standardizzate ma necessariamente adeguate sia ai territori che alla coltura e al mercato, fino a interventi regolatori contro lo spreco, a incentivi per il recupero di cibo, e molto altro.
Per il terzo anno consecutivo i numeri assoluti della fame scendono. Erano 659 milioni le persone colpite nel 2024 e quasi 688 milioni nel 2022, il punto più alto dopo la pandemia. Oggi sono 645 milioni. Il che significa una persona su 13. Che vuol dire non mangiare abbastanza giorno dopo giorno, non crescere abbastanza, per una persona in età evolutiva.
Non solo gli affamati cronici, che si stimano in termini di disponibilità di calorie quotidiane. C’è un numero ben più alto di persone, pari a circa un quarto della popolazione mondiale, e cioè 2,1 miliardi, che vive in uno stato di continua insicurezza alimentare, un dato che viene misurato sulla base della scala FIES (Food Insecurity Experience Scale), utilizzando metodologie qualitative, come le interviste. Di queste, 779 milioni sono in condizioni gravi.
Meno fame, più disuguaglianze
Il dato della riduzione del numero delle persone affette da fame cronica nel 2025 indica un timido progresso, ma è subito ridimensionato nel confronto con dieci anni fa. Nel 2015, l’anno in cui l’Agenda 2030 fissa l’obiettivo “fame zero”, le persone affamate erano 50 milioni in meno di oggi. Se facciamo il confronto prendendo in considerazione l’aumento della popolazione mondiale in questi 10 anni, la quota percentuale rimane la stessa, l’8%. In pratica, in 10 anni, abbiamo fatto pochi progressi verso l’eradicazione della fame, il che non è affatto confortante, visto che l’obiettivo dell’agenda 2030 è oggi assai più vicino di 10 anni fa.
La fame ha cambiato la geografia
In Asia la quota scende dall’8% del 2015 al 6% del 2025, e le persone sottonutrite passano da 359 a 292 milioni, grazie soprattutto all’Asia meridionale. Fa eccezione l’Asia occidentale, dove la fame cresce dal 9,3 al 13%, anche a seguito dei continui conflitti. Ad esempio, nello Yemen, in guerra da oltre dieci anni, secondo la FAO, tre persone su quattro vivono in condizioni di insicurezza alimentare.
In Africa la situazione è peggiorata visibilmente: in dieci anni le persone che soffrono la fame passano da 196 a 309 milioni, una su cinque. Nell’Africa centrale si arriva quasi al 29%, una persona su tre. Nel 2010 l’Africa contava il 28% delle persone che soffrivano la fame a livello globale, oggi questo dato è pari al 48%, e per la prima volta supera l’Asia.
America Latina e Caraibi sono al 4,8%, ma nei Caraibi la quota sale al 16,6%. In Europa e Nord America resta sotto il 2,5%, la soglia sotto cui il rapporto non stima i numeri.
Proiezioni non incoraggianti
Nel 2030 tra 510 e 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame, il 56% in Africa. Prima del conflitto nella zona dell’Asia occidentale di quest’anno la stima era di 503 milioni: la crisi dell’energia e dei fertilizzanti, insieme ai tagli agli aiuti allo sviluppo, rischia di peggiorare questi dati.
Negli ultimi anni diversi studi e rapporti FAO, Eurostat, OCSE hanno potuto evidenziare che ci sono perdite e sprechi in diversi punti della filiera, a partire dalle perdite in campo, dai prodotti non raccolti, già attorno al 10% nella sola Unione Europea, e poi magari non conservati adeguatamente lungo la filiera, che dunque faticano ad arrivare perfino ai mercati di prossimità, un dato che invece diventa più critico in molti paesi africani. Ci sono poi tutti gli sprechi associati ai processi di trasformazione, che ancora in larga parte non sono circolari e dunque non sono disegnati per considerare gli output di un processo come materia prima utile a un altro processo.
E poi c’è l’enorme spreco associato alla concentrazione del sistema di grande distribuzione (grande distribuzione organizzata, GDO), dove poche aziende controllano la grandissima parte dei supermercati su scala globale. In questo caso lo spreco non è necessariamente dentro la GDO, ma tutto attorno: standard estetici rigidi che impongono requisiti di forma, taglia, colore, per esigenze di packaging e di esposizione sugli scaffali, per cui prodotti raccolti perfettamente commestibili ma “imperfetti” sono scartati ancor prima del trasporto. Oppure variazioni di ordine dei volumi di acquisto, che costringono sia i produttori che gli intermediari a smaltire eccedenze di beni deperibili senza necessariamente avere un preavviso congruo che consenta di individuare alternative. Influiscono anche le modifiche dei prezzi sui mercati finanziari, quando non le vere e proprie speculazioni. L’aver ‘industrializzato’ la filiera agro-alimentare la rende assai meno flessibile ed elastica, e questo genera necessariamente spreco in diversi punti del processo.

Infine, ma certo non perché sia meno importante, c’è tutto il tema del rapporto tra produzione alimentare e crisi climatica. Da un lato, l’aumento della siccità e della desertificazione in molte zone del mondo ha enormi impatti sulla produzione e sulla perdita di alimenti. Così come hanno un forte impatto gli eventi estremi come le inondazioni che negli ultimi anni si sono succeduti ripetutamente in molte parti del mondo. L’altra faccia della medaglia è che il sistema agro-industriale pesa moltissimo sul bilancio delle emissioni di gas climalteranti in atmosfera: secondo le stime IPCC, che riprendono diversi studi, più di un terzo delle emissioni sono dovute proprio alla produzione e soprattutto alla trasformazione e distribuzione del cibo sul pianeta.