Il governo Bolsonaro ha dato il consenso alla protezione dal 2030 ma ambientalisti e addetti ai lavoro temono che questo sia solo un espediente per sfruttare ancora di più le foreste fino ad allora

La prima notizia che giunge, forte, da Glasgow ha ormai quasi due giorni; le autorità di 100 governi, presenti alla ventiseiesima conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, si sono impegnati in maniera solenne, ad interrompere i processi di deforestazione e di degrado del suolo, di qui al 2030.

Quali Paesi sono? Alcuni dei più grandi nemici della Terra. Nell’elenco figurano Stati Uniti, Cina, Russia, Germania, Francia, Regno Unito. Ma soprattutto il Brasile, che ospita buona parte della foresta amazzonica, il Canada (foresta boreale) e la Repubblica Democratica del Congo (foresta tropicale). Complessivamente gli stati in questione rappresentano più dell’85 per cento delle foreste del Pianeta.

Nell’ambito di tale accordo, ben dodici nazioni in particolare si sono impegnate a stanziare congiuntamente 12 miliardi di dollari di fondi pubblici tra il 2021 e il 2025 per progetti di difesa delle foreste. A questi si dovranno aggiungere altri 7,2 miliardi di investimenti privati. Nello specifico, 1,5 miliardi saranno dedicati alla protezione del bacino forestale del Congo: un’area di 3,7 milioni di chilometri quadrati, che abbraccia sei nazioni africane.

E la finanza? Amministratori delegati e presidenti di più di 30 istituti finanziari, che rappresentano un totale di oltre 8.800 miliardi di dollari di asset gestiti, si impegneranno a loro volta in una serie di attività legate alla limitazione della deforestazione.

L’accordo rappresenta, a sentire Boris Johnson, “la possibilità di porre fine alla lunga storia di un’umanità che ha trattato la natura come una preda e avviare la storia di un’umanità che ne diventa guardiana”.

Ma, per dirla con Manzoni, fu vera gloria? Diverse ong di settore, come Greenpeace, ritengono proprio di no. Secondo loro la scadenza al 2030 è “decisamente troppo lontana nel tempo” e concede di fatto il via libera “per un altro decennio” alla deforestazione.

Il nodo è proprio sull’Amazzonia. “E’ necessario proteggere quelle parti dell’Amazzonia che ancora non hanno raggiunto il tipping point – ha spiegato Leila Salazar-López, direttrice esecutiva di Amazon watch -. Il modo migliore per riuscirci è assicurare che i diritti degli indigeni siano rispettati. Ciò che dobbiamo fare è tutelare l’80 per cento dell’Amazzonia entro il 2025”.

A sorprendere è proprio il via libera concesso dal governo brasiliano, che a più riprese ha dato dimostrazione di non essere incline a difendere particolarmente la regione amazzonica. È per questo che occorrerà vigilare attentamente su ciò che verrà fatto di qui alla data indicata del 2030. Il rischio è infatti che si possa considerare il decennio come un periodo sufficiente per continuare a sfruttare fino in fondo le pratiche di deforestazione. Inoltre, sarà fondamentale capire se l’impegno, a tale data, verrà mantenuto davvero: tutte le promesse effettuate nei consessi internazionali non sono, infatti, giuridicamente vincolanti.


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