Ogni anno lungo la filiera italiana si perdono oltre 8,1 milioni di tonnellate di alimenti. Dall’Europa arrivano nuovi obiettivi vincolanti al 2030, mentre prevenzione, recupero delle eccedenze e innovazione digitale diventano strumenti decisivi per restituire valore al cibo.

Oltre 8,1 milioni di tonnellate di cibo sprecate ogni anno, equivalenti a più di 257 chilogrammi al secondo. È il dato che fotografa le dimensioni dello spreco alimentare lungo la filiera italiana e che torna al centro dell’attenzione in vista del 29 settembre, Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari.

Un fenomeno che non riguarda soltanto gli alimenti che finiscono nella spazzatura. Dietro ogni prodotto sprecato ci sono acqua, suolo, energia, lavoro, trasporti e risorse economiche utilizzate inutilmente. Ridurre le perdite alimentari significa quindi intervenire contemporaneamente su sostenibilità ambientale, efficienza economica e responsabilità sociale.

Un’immagine eloquente dello spreco alimentare – Immagine generata con ausilio di A.I.

Spreco alimentare, un costo da 132 miliardi di euro in Europa

La dimensione del problema emerge con ancora maggiore evidenza guardando all’intera Unione europea.

Ogni anno nell’UE vengono generati oltre 58 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, pari a circa 129 chilogrammi per abitante. Il loro valore economico è stimato in circa 132 miliardi di euro. Ma il conto non è soltanto finanziario: secondo la Commissione europea, lo spreco alimentare è responsabile di circa il 16% delle emissioni di gas serra dell’intero sistema alimentare europeo.

A pesare maggiormente sono proprio le nostre case. I nuclei domestici generano infatti oltre la metà dei rifiuti alimentari dell’Unione europea, confermando quanto il comportamento dei consumatori sia determinante nella lotta allo spreco.

È quindi evidente che lo spreco alimentare non possa essere considerato esclusivamente un problema della produzione agricola, dell’industria o della distribuzione: riguarda l’intera filiera, dal campo alla tavola.

L’Europa fissa obiettivi vincolanti per il 2030

Proprio per accelerare il cambiamento, l’Unione europea ha rafforzato il proprio quadro normativo.

Con la Direttiva (UE) 2025/1892, che modifica la direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE, sono stati introdotti per la prima volta obiettivi vincolanti di riduzione degli sprechi alimentari da raggiungere entro il 31 dicembre 2030.

Gli Stati membri dovranno ridurre del 10% i rifiuti alimentari prodotti nei settori della trasformazione e della fabbricazione, rispetto alla media annuale registrata tra il 2021 e il 2023.

Per il commercio al dettaglio e le altre forme di distribuzione, la ristorazione, i servizi alimentari e i nuclei domestici, l’obiettivo sale invece al 30% pro capite.

Non si tratta dunque soltanto di sensibilizzare cittadini e imprese. La prevenzione dello spreco alimentare entra sempre più direttamente nelle politiche pubbliche europee, imponendo agli Stati di trasformare gli obiettivi generali in interventi concreti e misurabili.

In Italia 554 grammi di cibo sprecato ogni settimana

Anche in Italia la sensibilità verso il problema sta crescendo, ma i numeri dimostrano che la strada da percorrere è ancora lunga.

Lo spreco domestico è stimato in circa 554 grammi di cibo pro capite alla settimana, vale a dire poco meno di 80 grammi ogni giorno.

Il dato evidenzia un aspetto fondamentale: oggi la sfida non consiste più soltanto nel far conoscere il problema, ma nel trasformare la consapevolezza in comportamenti quotidiani.

Programmare meglio gli acquisti, conservare correttamente gli alimenti, controllare le scadenze, utilizzare gli avanzi e acquistare quantità realmente necessarie possono sembrare azioni limitate. Moltiplicate per milioni di famiglie, però, diventano uno strumento concreto di riduzione dello spreco.

Perché ogni alimento che viene gettato porta con sé anche le risorse necessarie per produrlo, trasformarlo, confezionarlo, trasportarlo e conservarlo.

La priorità deve essere prevenire lo spreco

Il punto centrale è proprio questo: non basta recuperare il cibo destinato a essere buttato. Occorre evitare, per quanto possibile, che diventi un’eccedenza.

Il recupero e la redistribuzione mantengono un ruolo essenziale, soprattutto quando consentono di destinare prodotti ancora perfettamente commestibili alle persone che ne hanno bisogno. Ma la strategia più efficace resta intervenire a monte.

Significa organizzare meglio la produzione, migliorare la gestione delle scorte, rendere più efficienti logistica e distribuzione, programmare con maggiore precisione gli acquisti e creare un rapporto più consapevole tra consumatori e cibo.

È il passaggio da una logica prevalentemente emergenziale a una vera cultura della prevenzione.

Legge Gadda, dieci anni di lotta alle eccedenze

L’Italia dispone già di uno strumento importante: la Legge 19 agosto 2016, n. 166, conosciuta come Legge Gadda, che nel 2026 compie dieci anni.

La normativa ha favorito il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari e farmaceutiche, semplificando procedure e incentivando comportamenti virtuosi da parte degli operatori.

A dieci anni dalla sua introduzione, quella impostazione può rappresentare ancora una base importante sulla quale costruire nuove politiche, rafforzando gli incentivi alla prevenzione e agevolando ulteriormente recupero, donazione e redistribuzione.

La sfida dei prossimi anni sarà però soprattutto quella di integrare gli strumenti normativi esistenti con le nuove possibilità offerte dall’innovazione tecnologica.

Tecnologia e digitale per ridare valore alle eccedenze

Il digitale può infatti diventare uno dei principali alleati contro lo spreco.

Piattaforme che collegano esercizi commerciali e consumatori, sistemi intelligenti per la gestione delle scorte, strumenti di previsione della domanda e tecnologie capaci di monitorare in tempo reale quantità e scadenze permettono di intervenire prima che un prodotto perda il proprio valore commerciale o alimentare.

Il punto non è necessariamente creare sempre nuovi strumenti, ma rendere più accessibili e diffusi quelli che già funzionano, facendo dialogare produttori, trasformatori, distribuzione, ristorazione, associazioni e consumatori.

La tecnologia, da sola, non può risolvere il problema. Può però ridurre inefficienze, semplificare il recupero delle eccedenze e rendere economicamente più conveniente evitare che il cibo venga sprecato.

La sfida del 2030: dal recupero alla prevenzione

La Giornata internazionale del 29 settembre rappresenta quindi molto più di un appuntamento simbolico.

Gli obiettivi europei al 2030 impongono un salto di qualità: lo spreco alimentare deve diventare una responsabilità condivisa lungo tutta la filiera, dalla produzione agricola fino alle abitudini domestiche.

Un esempio di spreco domestico – Immagine generata con ausilio di A.I.

Imprese, istituzioni e cittadini sono chiamati a fare la propria parte. Occorre continuare a recuperare e redistribuire le eccedenze, ma soprattutto creare le condizioni perché quelle eccedenze si producano sempre meno.

È questa la vera sfida dei prossimi anni: restituire valore al cibo prima che diventi rifiuto.

Perché contrastare lo spreco significa tutelare l’ambiente e le risorse naturali, ridurre i costi economici della filiera e recuperare il valore sociale di ciò che portiamo ogni giorno sulle nostre tavole.