La normativa americana punta a qualificare numerose denominazioni agroalimentari europee come “nomi comuni”, consentendone l’utilizzo ai produttori statunitensi. UCI: «Difendere le denominazioni significa difendere agricoltori, territori e valore delle nostre produzioni».

Una nuova sfida commerciale si apre per il Made in Italy agroalimentare. Negli Stati Uniti prende infatti corpo una strategia legislativa e negoziale diretta a considerare come “nomi comuni” numerose denominazioni utilizzate anche per alcuni dei prodotti più rappresentativi dell’agroalimentare italiano ed europeo.

Forme di Asiago Dop – Immagine generata con ausilio di strumenti di A.I.

Il tema non riguarda soltanto etichette e denominazioni. In gioco c’è il valore economico costruito nel tempo dalle filiere agricole, dai territori di origine e dai sistemi europei di tutela della qualità.

Dagli Stati Uniti la spinta sui “nomi comuni”

Il passaggio più significativo è contenuto nel Farm, Food, and National Security Act of 2026, provvedimento discusso dal Congresso statunitense.

La sezione 3202 introduce nel sistema americano una definizione di common name e comprende, tra gli esempi espressamente elencati, termini come Asiago, Gorgonzola, Fontina, Parmesan, Pecorino, Provolone, Mortadella, Prosciutto e Bologna, insieme a numerose altre denominazioni alimentari europee.

Non si tratta soltanto di disciplinarne l’utilizzo nel mercato interno statunitense. La norma prevede anche che il Dipartimento dell’Agricoltura americano coordini la propria azione con lo United States Trade Representative per difendere, nell’ambito di accordi bilaterali e multilaterali, il diritto dei produttori statunitensi a utilizzare questi nomi sui mercati internazionali.

È questo il passaggio che preoccupa maggiormente le filiere europee.

Denominazioni, non semplici nomi

Per l’Unione europea le indicazioni geografiche costituiscono veri e propri diritti di proprietà intellettuale. Servono a collegare un prodotto al territorio da cui proviene, alle tecniche produttive utilizzate e alle caratteristiche che ne hanno costruito reputazione e riconoscibilità.

Il sistema europeo conta circa 4.000 indicazioni geografiche registrate e vede l’Italia tra i Paesi con il maggior numero di denominazioni tutelate.

Trasformare progressivamente alcune di queste denominazioni in termini generici rischierebbe quindi di indebolire il legame tra prodotto e territorio, soprattutto sui mercati extraeuropei.

Un formaggio prodotto negli Stati Uniti potrebbe, ad esempio, utilizzare una denominazione che per il consumatore richiama immediatamente una produzione italiana o europea, pur essendo realizzato secondo materie prime, disciplinari e processi produttivi completamente differenti.

Il rischio per il Made in Italy

La posta in gioco è particolarmente elevata per l’Italia.

Le produzioni agroalimentari di qualità sostengono costi legati al rispetto dei disciplinari, alla provenienza delle materie prime, alla tracciabilità, ai controlli, alla sicurezza alimentare e alla tutela delle caratteristiche territoriali del prodotto.

Se sui mercati internazionali la competizione dovesse progressivamente spostarsi dalla provenienza e dalla qualità verso il solo prezzo, le produzioni realizzate secondo standard meno vincolanti potrebbero beneficiare di un evidente vantaggio competitivo.

Il problema, quindi, non è impedire ad altri Paesi di produrre formaggi, salumi o altri alimenti analoghi. È evitare che prodotti differenti possano appropriarsi della reputazione commerciale costruita da territori e produttori italiani nel corso di decenni.

UCI: «Non si può separare il prodotto dal territorio»

Su questo fronte interviene anche l’Unione Coltivatori Italiani, richiamando la necessità di una risposta forte e coordinata delle istituzioni italiane ed europee.

«Il Made in Italy agroalimentare non è un semplice marchio commerciale: è il risultato del lavoro degli agricoltori, della qualità delle materie prime, dei territori e di disciplinari che impongono regole precise ai nostri produttori», afferma il presidente nazionale UCI Mario Serpillo.

«Trasformare denominazioni conosciute in tutto il mondo in semplici nomi generici rischia di cancellare il legame tra prodotto e territorio e di mettere sullo stesso piano produzioni che non hanno gli stessi standard qualitativi. L’Europa deve difendere con determinazione le proprie indicazioni geografiche negli accordi commerciali internazionali. Difendere un nome significa difendere le imprese agricole che stanno dietro quel nome, il reddito degli agricoltori e una parte importante dell’identità produttiva italiana», aggiunge Serpillo.

Una battaglia che si sposta sui mercati internazionali

La posizione statunitense sui cosiddetti common food names non nasce con l’attuale amministrazione. Da anni negli Stati Uniti organizzazioni produttive e rappresentanti politici sostengono che termini quali parmesan, asiago, gorgonzola o feta debbano poter essere utilizzati come denominazioni generiche.

La stessa amministrazione americana considera storicamente la tutela europea delle indicazioni geografiche una possibile limitazione all’accesso ai mercati dei produttori statunitensi.

Con le iniziative legislative più recenti, tuttavia, questa posizione assume un peso maggiore perché viene accompagnata da una precisa strategia commerciale internazionale.

Un caso concreto riguarda i rapporti tra Stati Uniti e Argentina. Una questione presentata al Parlamento europeo nel febbraio 2026 ha evidenziato il rischio di sovrapposizione tra gli impegni assunti dall’Argentina verso Washington sull’utilizzo di decine di denominazioni considerate “comuni” dagli Stati Uniti e gli obblighi di protezione delle indicazioni geografiche contenuti nell’accordo UE-Mercosur.

Il Presidente Trump – Immagine generata con ausilio di strumenti di A.I.

Per alcune denominazioni italiane la questione è tutt’altro che teorica: Gorgonzola, ad esempio, risulta protetto nell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur entrato in vigore nel 2026.

Difendere il valore, non soltanto il nome

La sfida si giocherà quindi sul terreno della politica commerciale.

Per l’Italia sarà fondamentale che l’Unione europea continui a inserire la tutela delle indicazioni geografiche negli accordi con i Paesi terzi e contrasti i tentativi di trasformare denominazioni legate alla tradizione agroalimentare europea in termini liberamente utilizzabili.

Perché dietro Parmigiano Reggiano, Gorgonzola, Asiago, Prosciutto e le altre eccellenze italiane non c’è soltanto un nome.

Ci sono aziende agricole, allevatori, trasformatori, territori, occupazione e un patrimonio produttivo che costituisce una delle componenti più riconoscibili del Made in Italy nel mondo.