Trattative in corso ma il rischio è reale

Trump potrebbe aggiungere un dazio del 107% sulla pasta made in Italy, una misura che limiterebbe l’accesso al mercato statunitense, facendo di fatto raddoppiare i prezzi di vendita.

La decisione è stata motivata come risposta a quanto scoperto dal Dipartimento del Commercio americano, che ha accusato le aziende italiane di dumping e ha messo in agenda dal prossimo gennaio una tariffa del 91,74%, in aggiunta a quella del 15% già in vigore.

Si rischia un serio danno per la filiera della pasta italiana

Dumping, come e quando

Il dumping è una pratica commerciale scorretta, che consiste nel vendere la merce a un prezzo ribassato e sotto il costo di produzione, con l’obiettivo di sbaragliare la concorrenza. Per “correggerlo” e proteggere i propri prodotti gli Stati decidono di applicare i cosiddetti “dazi antidumping”, cioè una tassa sull’import per tentare di riportare il prezzo finale di vendita a un livello considerato più accettabile e veritiero. Negli Stati Uniti indagini di questo tipo sono piuttosto comuni, poiché il Dipartimento del Commercio raccoglie le segnalazioni da parte delle aziende su sospetti di dumping e poi le analizza.

Pare scontato che all’origine dell’operazione ci sarebbe il tentativo di favorire i produttori nordamericani, che potrebbero commercializzare pasta giocando sull’origine italiana a prezzi (ancor più) concorrenziali.

Le aziende coinvolte nell’indagine

L’ultima indagine, avviata nell’agosto del 2024, prima che Trump diventasse presidente degli States, ha analizzato in maniera particolare le politiche commerciali di due marchi, La Molisana e Garofalo, che secondo il Dipartimento avrebbero praticato un margine di dumping medio pari al 91,74%. Alle due aziende è stata contestata la mancanza di collaborazione, con l’accusa di aver fornito informazioni non sufficienti.

Per la normativa di riferimento, il super-dazio verrebbe applicato anche alle altre 17 aziende italiane che ogni anno vengono monitorate. Si tratta dei marchi Rummo e Barilla (che produce comunque direttamente negli Usa ed è quindi meno esposto) ma anche di altre realtà meno conosciute. Le aziende interessate stanno ultimando la trasmissione delle rispettive memorie scritte, mentre il governo italiano si sta a sua volta muovendo a sostegno delle aziende nazionali.

L’export della pasta italiana

Secondo i dati del Dipartimento del Commercio, l’export di pasta italiana negli Stati Uniti nel 2024 si aggira intorno ai 500 milioni di dollari. Nel 2024 l’Italia ha esportato negli Stati Uniti quasi 8 miliardi di euro tra prodotti alimentari, alcolici, e prodotti agricoli, appena il 10 per cento di tutto l’export verso gli Usa.

Pasta, orgoglio italiano

Le associazioni di consumatori temono che i dazi si possano poi tradurre in rincari anche nel nostro Paese, perché i produttori potrebbero puntare a recuperare parte dei guadagni persi. E d’altronde un rincaro c’è già stato. Negli ultimi cinque anni, infatti, il prezzo del piatto tipico italiano è stato colpito dall’inflazione. In base ai dati Istat – rilevazione Assoutenti – “rispetto a settembre 2021 oggi un chilogrammo di pasta costa in media in Italia il 24,2% in più”,  in media 1,84 euro al Kg.