Il movimento Fridays for future torna in piazza per chiedere di agire contro i cambiamenti climatici.

Oggi nelle grandi città le piazze sono piene di giovani che manifestano per chiedere azioni conctrete contro il cambiamento climatico, in difesa del pianeta e del loro futuro. Ma non solo. Si va in piazza, si sciopera, anche per dichiarare il proprio, fortissimo, NO alla guerra.

E perché uno sciopero per il clima è anche uno sciopero contro la guerra? Perché è sbagliato ragionare per compartimenti stagni; “sono due argomenti separati, ma provando a leggere la realtà con uno sguardo globale e olistico, non possiamo non vedere i legami tra conflitti, clima, ambiente e giustizia sociale”. Sono le motivazioni che il movimento Fridays for future porta in piazza oggi.

Perché, esattamente come accaduto con la pandemia, la guerra in Ucraina non può far dimenticare la più grave emergenza che il genere umano si trova a dover fronteggiare: quella dei cambiamenti climatici.

“Siamo stanchi di sentire le bugie scritte ad hoc dai pubblicitari delle multinazionali del settore fossile e dai governi che le sostengono. Questa volta scenderemo in piazza non solo per presentare le nostre richieste, ma per creare sistemi più ampi basati sull’amore, l’empatia e la cura delle nostre comunità che metteranno al primo posto la cura delle persone piuttosto che il denaro. Ci riuniamo sotto l‘hashtag #PeopleNotProfit”, le parole del movimento.

Oggi, nel nostro Paese, sono in programma diversi eventi nella giornata. Da Roma a Palermo, da Milano a Trieste, l’intera Penisola è mobilitata per animare lo sciopero globale. Con marce, cortei e interventi degli attivisti.

Il movimento Fridays for future chiede anche una trasformazione della giustizia

Una delle richieste delle piazze è questa; i paesi del Nord del mondo debbono garantire risarcimenti climatici alle comunità più colpite. Non si tratta di beneficenza ma di un processo di “trasformazione della giustizia in cui il potere politico tornerà alle persone e alle comunità” ed andranno interpretati come risposta alle richieste delle comunità indigene ed emarginate. Per restituire le terre alle comunità e dare risorse a quelle più colpite dalla crisi climatica affinché possano adattarsi e compensare le perdite e i danni. Una richiesta, dunque, di redistribuzione della ricchezza globale. Perché, appunto, la soluzione alla crisi climatica non può che passare anche per la giustizia sociale.


Andrea