Il fico d’India, il frutto del futuro

Ancora poco esplorato da noi, ha tutte le caratteristiche per emergere in questo particolare periodo

Se dovessimo scommettere su una produzione per il futuro, o dovessimo dare un suggerimento su un tipo di business agroalimentare da impiantare, non avremmo dubbi di sorta; il prodotto del futuro è il fico d’India. Per tanti motivi, storici, fisiologici, imprenditoriali.

Essendo una pianta grassa, impatta zero sull’ambiente e sopporta meglio di tante altre la siccità: tanto per avere un riferimento, per produrre un chilo di frutto necessita di circa 20 litri di acqua all’anno, una quantità minima rispetto, ad esempio, ai 60 litri necessari per un kg di arance o gli 80 necessari per avere 1 kg di mele. Considerata infine la sua commestibilità e il suo valore nutritivo, il fico d’India è destinato a diventare una delle piante più importanti del prossimo futuro. Queste le caratteristiche vincenti di un frutto tipicamente italiano, anche se ancora poco conosciuto e valorizzato.

Il fico d’India, i luoghi della produzione

La Sicilia, a livello europeo, ha l’esclusiva sulla filiera produttiva del fico d’India e detiene il monopolio del mercato italiano e oltre il 90% del mercato comunitario; questo grazie alla superficie complessiva di circa 7mila ettari. Le aree di produzione con un miglior grado di specializzazione degli impianti sono San Cono (Catania) e l’Etna, per un totale di oltre 6000 ettari. Poi vi sono altre due aree minori: Rocca Palumba (Palermo) Santa Margherita di Belice per altri 1000 ettari totali. Il frutto conosce una fase di espansione da qualche anno, soprattutto per via del cambiamento climatico in atto. Il fico d’India è sempre più apprezzato in tutta Italia, e sta iniziando anche l’export negli Stati Uniti.

Ma c’è dell’altro. È una coltura utilissima contro gli incendi, per evitarne la propagazione. In passato gli agricoltori piantavano sui confini due file di fico d’India, distanziate di qualche metro l’una dall’altra, per creare una barriera tagliafuoco. Questo perché le pale di tale pianta sono una riserva d’acqua e il fuoco trova un forte ostacolo nella sua avanzata.

Origini del fico d’India

La pianta proviene dalle Americhe, ‘scoperta’ da Cristoforo Colombo. Sarebbe più corretto quindi chiamarla fico d’America, o fico del Messico, ma Colombo pensava di aver raggiunto le Indie e per questo il nome è rimasto inalterato fin da allora.

La natura di jolly è confermata dal fatto che del fico d’india si può usare tutto: dai fiori si fanno tisane e infusi, con i cladodi si può produrre energia o anche ricavarne una farina da miscelare con quella del grano, il frutto si consuma fresco o trasformato. I semi sono impiegati anche nella cosmesi, con un olio che ha caratteristiche cicatrizzanti e benefiche per la pelle.

La composizione dei terreni insieme agli aspetti climatici, condizionati dall’incontro delle influenze mediterranee e montane, conferisce alle produzioni frutticole della zona grandi qualità organolettiche. Proprio in questi giorni infatti i coltivatori sono alle prese con la scozzolatura, che consiste nel far cadere i primi fiori per lasciare che crescano sulla pianta solo i frutti migliori, che saranno raccolti a fine luglio e addirittura fino a fine ottobre, quando matureranno i ‘bastardoni’ che saranno molto più dolci e saporiti.

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