Emerge dal rapporto presentato oggi, in occasione della “Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare”
Gli italiani vivono una contraddizione; ci diciamo virtuosi ma nella realtà continuiamo a sprecare cibo. È emerso dalla presentazione del Rapporto 2026 dell’Osservatorio internazionale Waste Watcher, reso pubblico in occasione della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, che ricorre oggi.

Le dimensioni del fenomeno e l’obiettivo #2030Calling
Occorre dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030. Questo è l’ambizioso obiettivo dell’Agenda delle Nazioni Unite, rilanciato anche dall’hashtag “#2030Calling”, il tema della tredicesima Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, oggi. Mancano quattro anni al 2030, e le verifiche sugli Obiettivi dell’Agenda delle Nazioni Unite sono ormai urgenti. La sfida di questo 2026 sarà rafforzare questa tendenza, perché il traguardo del 2030 non resti un auspicio, ma diventi un risultato condiviso.
I numeri non mentono. Secondo l’indagine, il 57% degli italiani si definisce “attentissimo a non sprecare nulla” e l’85% dichiara di buttare avanzi meno di una volta a settimana. È la fotografia dell’“attenzione in famiglia”. Ma la realtà dei fatti è diversa: parliamo di 554 grammi di cibo sprecati pro capite ogni settimana, pari a quasi 29 chilogrammi l’anno per persona. Un dato in calo tendenziale (–10,3% rispetto al 2025), ma ancora enormemente distante dall’autopercezione collettiva.
Considerando che un pasto, per convenzione, è circa mezzo chilo: ogni italiano spreca mediamente oltre 50 pasti all’anno. Moltiplicati per circa 50 milioni di consumatori, diventano oltre 2,5 miliardi di pasti buttati, mentre cresce l’insicurezza alimentare e aumenta il numero di famiglie che faticano a garantire una dieta adeguata.
Quali alimenti sprechiamo di più?
In cima alla classifica troviamo frutta fresca (22,2 g), verdure (20,6 g), pane fresco (19,6 g), insalata (18,8 g), cipolle, aglio e tuberi (17,2 g). Esattamente gli alimenti che le linee guida nutrizionali indicano come fondamentali per la salute. In altre parole, sprechiamo ciò che dovremmo mangiare di più. È il paradosso dell’uomo contemporaneo: l’abbondanza che produce impoverimento.
Il calo dello spreco pro capite, dunque, non può rassicurarci. Perché la distanza tra ciò che pensiamo di fare e ciò che facciamo davvero, oggi, resta troppo ampia. È una frattura culturale prima ancora che quantitativa. Una frattura che riguarda il rapporto con il cibo quotidiano, con gli avanzi, con la cucina domestica, con il tempo necessario per organizzare, conservare, trasformare.

Cosa possiamo fare
Ridurre davvero lo spreco significa accettare lo specchio dei dati, riconoscere la distonia e ricomporla. Forse è questo il messaggio più scomodo – e più necessario – che il Rapporto Waste Watcher 2026 ci consegna: non sprechiamo meno perché siamo migliori, ma solo quando impariamo a guardarci senza finzioni.