Si spende sempre meno per la carne, preferendo incrementare i consumi di frutta e verdura, ma anche di pesce e cereali.

E’ quanto emerge da un’indagine commissionata da un’importante cooperativa del settore lattiero-caseario, cui conferiscono oltre mille produttori, a GfK Eurisko.

Secondo Paolo Salafia, direttore dell’area scenari di GfK Eurisko, oltre agli aspetti restitutivi ed esperienziali, legati al gusto e alla convivialità, si è via via imposto il fattore salutare – quindi protettivo del cibo – e, ultimo solo in ordine di tempo, il valore della sostenibilità, del cibo etico, stagionale, della filiera corta. Dal 2006 ad oggi – secondo i dati forniti dall’istituto di ricerca – sarebbero almeno due milioni gli italiani che avrebbero preso le distanze dalla carne, con il 18,1 per cento che la consuma meno di una volta a settimana, mentre aumentano quelli che si ispirano a modelli vegetariani e vegani. Questi ultimi, in particolare, raccolgono consensi dal 3 per cento degli intervistati, identificando un’Italia vegan-friendly fatta di un milione e 150 mila persone tra i 18 e 64 anni.

Nella piramide alimentare si assiste così a un consolidamento della dieta mediterranea, con la frutta consumata 5,7 volte a settimana, la verdura 4,8 volte e 4,7 la pasta. Poi carne (3,1), formaggi, salumi. Proprio i salumi sono il prodotto di cui il maggior numero di italiani ha diminuito il consumo nel tempo, seguiti da dolci, snack,bevande gassate, pane, surgelati e carne rossa.

In due decenni, per l’indagine Sinottica si registra un’evoluzione senza precedenti nella cultura gastronomica italiana. Dal 1995 ad oggi, infatti, sono aumentati gli italiani che si ispirano alla dieta mediterranea (erano il 41 per cento, oggi sono al 62 per cento), che preferiscono i “pasti slow”, cioè consumati con lentezza (dal 40 al 21 per cento) e che sono più attenti all’alimentazione (dal 24 al 13 per cento la quota di chi afferma “trascuro molto la mia alimentazione”). Non solo: secondo l’indagine, in vent’anni sarebbe crollato il pasto completo a pranzo (dal 68 al 48 per cento), e ciò non è un bene, ma soprattutto alla sera (dal 41 al 25 per cento), mentre crescerebbe la colazione (87 contro 70 per cento) e si farebbe strada il fuoripasto (36 per cento), non contemplato nel 1995.