Cop26, un bilancio dei risultati raggiunti

Ci si attendeva di più. Ma per avere più coraggio sul clima si deve essere pronti a rivedere tutto il modello di crescita ed il concetto stesso di ricchezza

Come è andata la Cop26? Possiamo dire che l’obiettivo di contrastare efficacemente il riscaldamento globale di origine umana è stato centrato? Il metodo ONU dell’unanimismo (ogni decisione va presa all’unanimità) in un’assise di 197 Paesi non è applicabile, l’unica possibilità è quella di convergere verso un compromesso, piò o meno onorevole.

Alcuni risultati positivi ci sono stati; per la prima volta si riconosce che l’obiettivo delle azioni internazionali deve essere quello di mantenere la temperatura globale entro un aumento massimo di 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, anche se questo è l’accordo di Parigi del 2015 ancora in larga parte inattuato.

Già, ma come raggiungerlo? Limitando le nostre emissioni di gas ad effetto serra come l’anidride carbonica ed il metano per andare verso le emissioni nette zero. Per far ciò vanno abbandonati i combustibili fossili. E qui c’è il secondo aspetto positivo: per la prima volta viene citata esplicitamente la riduzione o uscita dai fossili.

E quali sono, invece, le attese deluse? La dichiarazione di intenti è risultata depotenziata perché l’India, non un Paese qualsiasi, basando la propria crescita sul carbone non lo vuole abbandonare ed ha imposto di scrivere “riduzione” dell’uso del carbone e non “abbandono” nel documento finale.

Ma siccome le misure pratiche di riduzione di emissioni messe in atto dai vari Paesi non bastano a raggiungere l’obiettivo di limitare la temperatura a 1,5°C. In questo senso, si è deciso di intraprendere un grosso lavoro di elaborazione di impegni maggiori nei prossimi due anni.

Il fondo per i Paesi poveri o in via di sviluppo avrebbero dovuto avere un fondo costituito dai Paesi sviluppati per favorire la transizione energetica e l’adattamento dei loro territori ai cambiamenti climatici. Ma non si è ancora raggiunta la somma stabilita di 100 miliardi di dollari annui. E i Paesi del terzo mondo hanno chiesto un “indennizzo” per i danni e le perdite già avute a causa dei cambiamenti climatici nati dallo sviluppo basato sul carbonio dei Paesi del primo mondo, ma questa conferenza ha stabilito soltanto l’apertura di un dialogo su questo tema.

La strada è davvero impervia e le contraddizioni di Glasgow, in realtà, riflettono le contraddizioni che ci sono nel mondo. Da un lato i Paesi poveri e in via di sviluppo chiedono ai Paesi sviluppati di poter crescere per eradicare le loro sacche di povertà e di farlo con i mezzi che hanno o che possono essere loro forniti. Nel primo caso, si rischia che attuino uno sviluppo basato sul carbonio, facendo innalzare fortemente la temperatura. Dall’altro lato i Paesi ricchi promettono di attuare riduzioni di gas serra ma lo pretendono anche dagli altri, fornendo però un aiuto solo limitato.

Allora è il concetto di crescita, l’elemento da rivedere. La maggioranza dei Paesi del terzo mondo ha come modello quello della crescita economica continua dei Paesi industrializzati, un modello che inizialmente ha creato sviluppo ma che oggi mostra le sue conseguenze negative, non solo come cambiamenti climatici, ma anche in molti altri modi: con impatti sulla salute, sui rifiuti e gli scarti, sulle risorse limitate del pianeta. Tale concetto di crescita e consumo continui su un pianeta finito non è sostenibile: dobbiamo effettuare una conversione a 180° e passare ad un concetto di sviluppo che porti vero benessere.

Il clima, l’ambiente, il surriscaldamento non sono concetti avulsi dall’equità internazionale, dallo sviluppo armonico con la natura, dalla salute dell’uomo. Vanno tutti riconsiderati insieme.

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