Salute e ambiente, cosa ci lascia la pandemia

Isolamento e troppo tempo trascorso online per i giovani sono stati all’origine di un aumento dei disturbi alimentari. Anche disuguaglianza e crisi climatica sono temi centrali per gestire eventuali prossime pandemie

Nessuno vuole più sentire parlare di pandemia, anche se sappiamo che non è ancora finita. Sono stati due anni difficilissimi, pensiamo a tutti coloro che ci hanno lasciato, alle scuole chiuse o alle conseguenze sull’economia. Ora gli italiani, ma un po’ tutto il mondo, non desidera altro che tornare alla normalità. E qui si innescano altre problematiche. Che cosa intendiamo per normalità?

Tante cose sono ormai cambiate. Alcune le abbiamo scoperte strada facendo. Parlando di sostenibilità e salute, pianeta e relazioni sociali, diremmo che c’è assoluto bisogno di meno hashtag e più gite scolastiche, meno PIL e più inclusione, meno conferenze e più tagli alle emissioni di CO2. Se l’Oms rivela preoccupazione e nel report appena pubblicato invita i governi a non abbassare la guardia, c’è una parte che spetta a tutti. Un cambiamento è possibile, ed è auspicabile.

Contatto sociale e salute, la relazione

In pandemia è mancato il contatto sociale. Chiusi nelle mura domestiche, a lungo ci è stato impedito di vedere altri se non coloro con i quali abitualmente condividiamo l’abitazione. Ma è chiaro che il contatto sociale è comunque una forma di nutrimento, che è mancato. E non è stato sostituito. Lo stress provocato è stato dunque, molto alto.  

Così come sono cresciuti i pericolosi disturbi alimentari. Tra la prima e la seconda ondata di Covid-19, ne hanno sofferto soprattutto giovani e giovanissimi. L’anoressia nervosa, ad esempio, colpisce al 90 per cento le donne tra i 15 e i 25 anni d’età, e si manifesta con il terrore di ingrassare, il rifiuto del cibo, l’allenamento smodato e sbalzi d’umore. Smettere di mangiare, o non smettere mai. Anche il binge eating, con le sue grandi abbuffate talvolta prodromo dell’obesità, ha infatti trovato la strada spianata tra le identità ancora abbozzate dei ragazzi. 

La causa, probabilmente, è nei monitor. Con la didattica a distanza, i social network e le videochiamate ci siamo trovati a vivere sempre come davanti allo specchio. L’autostima e la soddisfazione corporea ne hanno risentito perché l’attenzione si è spostata dall’interno, fatto di emozioni e sensazioni, all’esterno. È come vedersi sempre da fuori. In più è venuta a mancare la possibilità di esercizio fisico quotidiano e chi non ha potuto ovviare si è ritrovato senz’altro appesantito.

Meglio, allora, non ignorare la lezione. Soprattutto per i ragazzi è unanime l’invito dei medici a limitare il tempo trascorso sui canali digitali, da sostituire con attività che stimolino l’attenzione sostenuta come leggere un libro o costruire qualcosa con le mani. Il distanziamento è ormai un ricordo ma tra i ragazzi si respira un residuo di allerta: poter andare di nuovo in gita è fico, ma se poi in autunno ci chiudono ancora? 

Ma l’eventualità di nuove restrizioni non lascia tranquilli nemmeno gli adulti. Si teme di perdere il lavoro e di ritrovarsi più poveri di prima. Una paura fondata, stando ai dati Istat: dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta è aumentata raggiungendo il livello più elevato dal 2005, specialmente nelle famiglie. 

Ambizione climatica 

Nonostante la pausa delle emissioni di CO2 durante i lockdown, oggi in Italia ci si ammala per lo smog. Gli scienziati sostengono che con la crisi climatica abbiamo creato l’era del pandemicene agevolando la trasmissione di virus tra le specie e spianando il terreno per la prossima pandemia. La crisi climatica corre veloce, le nostre azioni no, causando una brusca frenata al raggiungimento di alcuni degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. 

E’ arrivato il momento di cambiare le politiche ambientali. I giovani ambiscono al coinvolgimento all’interno dei processi decisionali e nella stesura delle politiche climatiche a livello locale, nazionale, internazionale, inclusi i negoziati. Un atteggiamento costruttivo, che più che alla transizione fa pensare alla conversione ecologica. 

Anche perché, dove c’è una visione di sostenibilità ambientale, automaticamente c’è una visione della vita pacifica, che promuove uno stile relazionale legato alla vicinanza, alla gratitudine e allo scambio. Tutte cose che fanno bene al Pianeta e alla nostra salute, fisica e psichica.

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