Italian sounding, ragù, parmigiano e aceto balsamico i prodotti italiani più imitati nel mondo

Si stima un fatturato di 10,4 miliardi per tutti i prodotti contraffatti, il 58% in più rispetto a quanto producono i prodotti ‘veramente’ italiani.

Il made in Italy agroalimentare è un brand conosciuto in tutto il mondo e quindi produce valore e business. Per questo, è anche il più imitato. Ragù (61,4%), parmigiano (61,0%) e aceto balsamico (60,5%) sono dunque i prodotti più imitati e taroccati nel mondo. Lo afferma la sesta edizione del Forum “La Roadmap del futuro per il Food&Beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni” organizzato da The European House – Ambrosetti. Per la prima volta, The European House Ambrosetti e Assocamerestero hanno elaborato un modello scientifico per quantificare il valore dell’Italian Sounding. Partendo da una survey che ha coinvolto oltre 250 retailer internazionali della Gdo di 10 Paesi diversi in cui c’è una maggiore diffusione a scaffale di falsi prodotti italiani, sono state individuate le 11 referenze più copiate del Made in Italy agroalimentare.

La survey ha adottato una metodologia basata su due coefficienti: uno in grado di calcolare la presenza sugli scaffali dei supermercati di prodotti del vero italiano, l’altro, di scontare l’effetto prezzo, ossia depurare il risultato dalla quota di consumatori che scelgono referenze non autentiche italiane attirati dalla convenienza. Lo studio ha mostrato come in alcuni Paesi la quota di referenze Italian Sounding nei punti vendita della grande distribuzione sia più marcata. È il caso, in primis, del Giappone (70,9%), seguito a brevissima distanza da Brasile (70,5%), mentre in Europa il dato maggiore è stato riscontrato in Germania (67,9%).  

Se si somma il valore di Italian Sounding su tutti i prodotti alimentari monitorati dalla survey nei 10 Paesi, si stima un fatturato di 10,4 miliardi di euro, il 58% in più rispetto a quanto generano complessivamente gli stessi 11 prodotti ‘veramente’ italiani. Partendo da questi risultati e correlandoli con il valore dell’export di tali referenze, si ottiene un moltiplicatore dell’Italian Sounding pari a 1,58 che, applicato su larga scala internazionale, fa emergere come questo fenomeno da solo possa giungere a valere 79,2 miliardi di euro. Sommando, quindi, questa cifra al dato effettivo delle esportazioni, l’Italia idealmente incasserebbe dal commercio oltreconfine dei suoi prodotti agroalimentari la ragguardevole cifra di 129,3 miliardi di euro.

La ricerca evidenzia come, in 3 casi su 10, il consumatore straniero si orienta su una tipicità gastronomica italiana quando questa prevede una spesa più bassa, piuttosto che porre come prioritaria la reale garanzia di provenienza territoriale del prodotto acquistato. Seguendo questa logica, il fenomeno dell’Italian Sounding ammonterebbe a 6,8 miliardi di euro nel cluster dei dieci paesi di riferimento sugli 11 prodotti analizzati, ovvero il 3% in più rispetto al valore concreto dell’export italiano, da cui si ottiene un moltiplicatore di 1,03. Riparametrando il modello sull’intero valore dell’export agroalimentare nel mondo e depurando l’Italian Sounding da tale effetto prezzo, si arriverebbe a quantificare il fenomeno per un valore di 51,6 miliardi di euro che, sommato al dato reale di export, permetterebbe all’Italia di generare all’estero con i suoi prodotti un giro di affari doppio e superiore ai 100 miliardi di euro.

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