Nonostante la consapevolezza del momento difficile, ancora tanti vogliono cibo ottenuto in maniera tradizionale, senza l’ausilio di tecnologie.

Gli italiani hanno la percezione di cosa significa qualità nel cibo e nell’agroalimentare in generale. Per il 45% dei nostri connazionali, infatti, il cibo che viene da aziende “tradizionali viene percepito – a prescindere dall’effettivo consumo – come di qualità superiore rispetto a quello delle aziende più avanzate dal punto di vista tecnologico.

Però è vero anche che ci rendiamo conto dell’inevitabilità del momento contingente; a fronte di un futuro condizionato dai cambiamenti climatici e dalla necessità di attività produttive più sostenibili, ben il 54% dei consumatori reputa necessario un cambio di rotta per gli agricoltori italiani. E questo si traduce in maggiori investimenti in innovazione al fine di affrontare la doppia sfida della competitività e sostenibilità. Il dato emerge dalla survey Nomisma-Agrifood Monitor, realizzata in partnership con Crif.

Essendo un Paese abbastanza tradizionalista non mancano gli irriducibili, quelli disposti a pagare di più pur di continuare ad avere prodotti da contadini meno avvezzi alla tecnologia (18%), così come un 13% si dice pronto a cambiare la propria dieta introducendo alimenti “alternativi” (come gli insetti o le alghe), un 5% disponibile a consumare cibi creati in laboratorio e un rimanente 10% indifferente all’origine territoriale e incline ad acquistare prodotti stranieri.