Si pone una questione estetica ma anche normativa e di mercato; non possiamo buttare tonnellate di prodotti perchè non hanno un aspetto gradevole

E’ il momento del “brutti ma buoni”. Si potrebbe chiamare così la nuova tendenza, obbligata, per l’ortofrutta. Succede che per la crisi climatica sta cambiando anche l’aspetto meramente esteriore della frutta e della verdura che finiscono sulle nostre tavole.

Eventi estremi, grandinate, ondate di calore hanno messo in crisi intere filiere produttive come ad esempio quello delle pere: non solo diminuisce la quantità (e aumentano i prezzi finali) ma cambia l’aspetto esteriore.

E’ dunque arrivato il momento giusto per mettere in campo un cambiamento importante nelle consuetudini di consumo e di vendita dell’ortofrutta al fine di eliminare lo spreco di prodotti alimentari sui campi, uno spreco che secondo la Fao arriva al 20% dell’ortofrutta. La possibilità di commercializzare prodotti esteticamente meno perfetti può ridurre la perdita di frutta e verdura di parecchi punti percentuali.

Secondo l’esperienza condotta da NaturaSì in collaborazione con Legambiente, il recupero dei prodotti imperfetti con il progetto CosìperNatura ha fatto sì che in campo rimanesse solo un 4% circa dei prodotti.

NaturaSì ha lanciato già lo scorso anno il progetto CosìperNatura che punta a recuperare prodotti con una forma insolita ma sempre sani e buoni. Obiettivo era dare un segnale importante per il superamento del concetto di omogeneità anche in tavola. Ciò ha consentito di offrire un prodotto biologico a prezzi ridotti, per non sprecare alimenti sani che hanno richiesto energia e lavoro nella produzione ed offrire un vantaggio economico agli agricoltori che da questa situazione subiscono una perdita importante.

Il progetto è poi sfociato in una proposta per permette la commercializzazione di frutta e verdura buoni ma di calibro non aderente agli standard o con imperfezioni estetiche, a partire dal mercato del biologico, per sua natura più esposto a essere ‘diverso’ rispetto ai prodotti standardizzati tipici di un approccio industriale all’agricoltura.