Dove va l’Italia, il rapporto Istat

L’Italia ha bisogno di acquisire maggiore consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza per intraprendere il percorso verso la ripresa. 

L’Italia ha bisogno di acquisire maggiore consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza per intraprendere il percorso verso la ripresa. E’ quanto sostiene l’Istat nel suo Rapporto annuale 2014. Ecco perché gli assi principali del Rapporto osservano in particolare la capacità competitiva del nostro Paese, gli squilibri sociali e gli squilibri territoriali.

La crisi economica ha colpito soprattutto il Mezzogiorno. Testimoniano quest’andamento le evidenziate differenze sociali per l’accesso ai servizi sul territorio. E’ significativo quello che succede in sanità, dove migliorano l’efficienza e la qualità, ma il Mezzogiorno segna ancora il passo. Pesano le difficoltà delle famiglie, a causa della crisi, ad affrontare la spesa per la salute: “destano preoccupazione anche gli evidenti segnali di riduzione della spesa sanitaria pubblica e le difficolta’ dimostrate dalle famiglie a far fronte con risorse proprie alle cure sanitarie”.

Il Sistema Sanitario Nazionale ”ha migliorato notevolmente il suo livello come si evince dalla riduzione del debito accumulato nel corso degli anni, e i suoi standard di appropriatezza. Inoltre, l’aumento costante della sopravvivenza e la sostanziale stabilita’ delle persone affette da cronicita’ gravi, testimoniano che l’attivita’ di assistenza e cura svolta dal Ssn ha conseguito esiti soddisfacenti”. Ma ci sono anche ”aspetti ancora problematici” sul fronte dell’equita’, con ”persistenti divari di genere, sociali e territoriali”. In particolare gli aspetti ancora problematici si riscontrano sul fronte dell’equità, per la quale gli indicatori segnalano persistenti divari di genere, sociali e territoriali, sia in termini di esiti di salute sia di accessibilità delle cure.

Il Sistema sanitario nazionale (Ssn) nel corso degli anni ha dovuto mantenere un difficile equilibrio tra i vincoli di spesa e l’efficacia della sua azione. Lo svantaggio del Mezzogiorno “è strutturale, le condizioni di salute sono peggiori rispetto al resto del Paese. La speranza di vita e’ di 79 anni per gli uomini e 83,7 anni per le donne (nel Nord rispettivamente 79,9 e 84,8 anni). La prevalenza di cronicita’ grave si attesta al 16,1%, contro il 14,2% registrato nel Nord del Paese”.

L’invecchiamento della popolazione ha conseguenze anche sulla prevalenza di patologie croniche gravi, che riguardano oltre la metà della popolazione ultrasettantacinquenne. In generale, non si tratta di un peggioramento delle condizioni di salute, ma di un incremento della popolazione esposta al rischio di ammalarsi. L’aumento della prevalenza di patologie croniche gravi è maggiore nel Mezzogiorno, dove la quota di cronici gravi, al netto degli effetti della struttura per età, si attesta al 16,1 per cento, contro il 14,2 per cento fatto registrare nel Nord del Paese.

Aumenta anche la disabilità. Nel 2012 la quota di anziani di 75 anni e oltre con problemi di limitazioni funzionali è pari al 39,8 per cento per le donne contro il 23,8 degli uomini. Questo significa anche per il futuro un aumento della pressione sul Sistema sanitario nazionale, dovuto all’incremento di persone bisognose di cure e assistenza. Il Sistema sanitario pubblico ha migliorato notevolmente il suo livello di accountability, come si evince dalla riduzione del debito accumulato nel corso degli anni. Inoltre, l’aumento costante della sopravvivenza e la sostanziale stabilità dell’incidenza della cronicità grave, testimoniano che l’attività di assistenza e cura svolta dal Ssn ha conseguito esiti soddisfacenti, nonostante i forti tagli apportati. Va quindi destinata attenzione – sostiene l’istat – “alle conseguenze della riduzione della spesa sanitaria pubblica e alle difficoltà dimostrate dalle famiglie a far fronte con risorse proprie alle cure sanitarie.

Un indicatore importante al riguardo è costituito dalle rinunce alle cure. Nel 2012, la quota di cittadini che ha rinunciato alle cure si attesta all’11,1 per cento, in maggioranza donne (13,2 per cento, uomini 9,0 per cento); a livello territoriale la quota è più elevata nel Mezzogiorno (14,8 per cento). Pertanto il Mezzogiorno continua a emergere come la zona con maggiori bisogni e minori servizi su tutti i fronti.

A livello nazionale nel 2013 sono 2 milioni le famiglie con almeno un 15-64enne, senza occupati e pensionati da lavoro, a cui si aggiunge un’altra area di disagio fatta da famiglie, composte da piu’ persone ma rette solo da una pensione da lavoro. Sommando i gruppi emergono 3 milioni di famiglie che potrebbero essere in difficoltà, dove nessuno lavora. La crisi comporta meno nascite e meno immigrati: nel 2012 gli ingressi sono stati 321mila, -27,7% rispetto al 2007.

Aumenta invece il numero di stranieri che se ne vanno (+17,9%) ed è in aumento crescente il numero degli italiani che cercano fortuna all’estero. Nel 2012 gli emigrati erano 68mila, il 36% in piu’ del 2011, “il numero piu’ alto in 10 anni”. Nel 2012 hanno lasciato il Paese oltre 26mila giovani tra i 15 e i 34 anni, 10mila in piu’ rispetto al 2008. Lo rileva l’Istat nel Rapporto annuale, spiegando che negli ultimi cinque anni, si e’ trattato di quasi 100 mila giovani (94mila). In generale, ”l’Italia e’ uno dei paesi europei con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi primari, guadagnati dalle famiglie sul mercato im piegando il lavoro e investendo i risparmi”. Inoltre, aggiunge l’Istat, ”nonostante l’intervento pubblico operi una redistribuzione dei redditi di mercato di apprezzabile entita’, non inferiore a quella dei paesi scandinavi, in Italia il livello di disuguaglianza rimane significativo anche dopo l’intervento pubblico”.