Un consistente gruppo di Paesi non intende rinunciare alle fonti fossili
La COP30 si è chiusa, ed è stata una delusione. Crescono le divisioni tra i paesi che non vogliono cedere sulle fonti fossili (i paesi del Golfo, la Russia e gli USA, che non ci sono nemmeno venuti), coloro che hanno l’ambizione di accelerare sull’Accordo di Parigi, e chi è pronto a firmare qualsiasi cosa pur di preservare la COP e attendere una congiuntura politica globale migliore.

Il documento finale
La Mutirão Decision, il testo politico finale della COP30, scialbo e piatto, non cita esplicitamente i combustibili fossili e non accoglie l’appello di oltre ottanta paesi per una roadmap su fossili e deforestazione, ma si limita a ribadire la traiettoria tracciata a Dubai su questo tema, il transitioning away, la transizione da carbone, petrolio e gas, da fare in qualche modo, entro il 2050. Per sostenere tale transizione, la COP rimanda a una nuova serie di processi, come il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5, che si spera possano diventare strumenti concreti per permettere ai paesi di collaborare, ciascuno con i propri percorsi, per avanzare nella definizione del “come” uscire dai combustibili fossili.
Qualcuno prova a reagire, soprattutto i paesi dell’America Latina: invece che attendere la prossima COP la Colombia si è offerta di tenere, in collaborazione con i Paesi Bassi, la prima conferenza internazionale Just Transition Away from Fossil Fuels (c’è già una data, dal 28 al 29 aprile 2026 a Santa Marta), con l’intento di creare strategie condivise tra gli oltre ottanta firmatari della roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili. Ma ad oggi una roadmap sull’abbandono delle fossili, non c’è. Farla a Belem avrebbe significato definire un piano per tutti i 196 paesi con date e obiettivi, un vero segnale per i mercati finanziari e le industrie dell’oil&gas. Ma il tema non è stato nemmeno affrontato.
I 10 anni di COP21 e degli accordi di Parigi
È un triste decimo compleanno per l’Accordo di Parigi. Una responsabilità che non ricade solo su USA ed Europa: a bloccare il processo sono stati gli irremovibili paesi del Golfo, la Russia, e persino la Cina, che non ha saputo prendersi una leadership globale sulla transizione in Brasile.
E la piccola Italia? Ha giocato in difesa, evitando di seguire Regno Unito e Germania nel blocco degli ottanta paesi a favore di una roadmap strutturata per l’uscita dalle fossili, limitandosi a ribadire le risorse messe in capo che sosterranno in larga parte il Piano Mattei. Più vicini all’Arabia Saudita e all’Ungheria che a Regno Unito e Colombia, in sostanza.
Finanza e adattamento
Sul fronte finanziario, la COP30 invia un messaggio più incoraggiante sull’importanza di investire in resilienza e decide di triplicare la quota dei finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, forse la notizia tecnica più importante di questa COP. Emergono impegni per rendere la finanza climatica più prevedibile, accessibile e commisurata ai bisogni dei paesi vulnerabili, elementi essenziali per un sistema finanziario più equo e allineato alle sfide climatiche.
Le prospettive per la COP31
Il prossimo negoziato sul clima si terrà a novembre 2026 in Turchia, con co-presidenza australiana in rappresentanza dei paesi insulari del Pacifico (con una pre-COP da tenersi in una nazione del Pacifico). Si torna a un negoziato di transizione, senza le eccessive aspettative generate dalla presidenza brasiliana e dai media.
Se COP30 ha rivissuto il caos negoziale e il disastroso fallimento del summit di Copenaghen del 2009, COP31 ha le carte per iniziare a mettere le fondamenta per un rinnovo del processo, esattamente come accadde nel 2010 a Cancun, alla COP16, dove vennero messe le basi per l’Accordo di Parigi.

Serve prepararsi per arrivare pronti al 2030 con una revisione di alcune regole e un’idea chiara di come deve essere tutelata e organizzata l’implementazione dell’Accordo di Parigi, lavorando con il Segretariato ONU per creare un vero Consiglio di sicurezza per l’ambiente e il clima, dove in maniera continua gli stati possano confrontarsi nell’implementazione continuamente.
L’azione per decarbonizzare l’economia invece continuerà lontano dalle sale della COP, lungo una curva ascendente che non sembra arrestarsi, come dimostrato dalle infinite iniziative che si sono tenute a Belem nelle due settimane passate. Il rischio climatico e naturale ha un costo troppo elevato in vite umane e di economia, per fermare questo processo.