Economia circolare, il piano dell’Europa

L’economia circolare è un salto di paradigma di cui il nostro Pianeta ha profondamente bisogno

Con 574 voti favorevoli, 22 contrari e 95 astenuti, il Parlamento europeo si è espresso sul Piano d’azione sull’economia circolare che la Commissione aveva presentato a marzo del 2020. Ora il documento, pilastro del Green Deal europeo, passerà al vaglio del Consiglio. Spetterà poi alla Commissione il compito di approvare le varie misure previste. “Il Piano d’azione sottolinea la necessità di ridurre il nostro impatto in termini di consumi, di riportarlo entro i limiti del Pianeta, e di spostarci verso un modello economico che restituisce alla Terra più di quello che le toglie” secondo il commissario all’ambiente Sinkevičius.

L’estrazione e la lavorazione delle risorse  sono causa della metà delle emissioni di gas serra e di oltre il 90 per cento della perdita di biodiversità e dello stress idrico. Considerato che il consumo di biomasse, combustibili fossili, metalli e minerali è destinato a raddoppiare nei prossimi quarant’anni, e la produzione annuale di rifiuti avanza spedita verso un aumento del 70 per cento entro il 2050, dissociare la crescita economica dall’uso delle risorse è una necessità stringente.

L’Eurocamera in sede di approvazione con il Consiglio ha il potere di modificare il testo ed ha sostanzialmente rilanciato.

Non basta più una generica promessa di ridurre l’uso di materie prime vergini e i relativi impatti ambientali: servono obiettivi vincolanti e basati sulla scienza, da raggiungere già entro il 2030. Il Parlamento europeo chiede che ogni Stato membro introduca obiettivi minimi vincolanti sugli appalti verdi, cioè quelli cui gli enti pubblici acquistano beni e servizi a minore impatto ambientale.

Sono sette le catene del valore su cui si focalizzeranno gli sforzi delle istituzioni. Già lo scorso dicembre la Commissione si è attivata per aggiornare la legislazione su pile e batterie, divenuta quanto mai urgente al termine di un anno in cui è stata sfondata la soglia del milione di auto elettriche e ibride vendute, nonostante l’inevitabile flessione dovuta al coronavirus. Poi ci sono gli imballaggi e la plastica su cui l’Unione ha già preso decisioni coraggiose, come quella di vietare l’uso di alcuni articoli usa e getta. Altro comparto in cui bisogna cambiare rotta al più presto è il tessile. Certo, il lockdown ha portato una battuta d’arresto, con un crollo delle vendite in Europa compreso tra il 22 e il 35 per cento. Ma non può farci dimenticare che ognuno di noi in media consuma 26 chili di prodotti tessili l’anno e ne getta 11 nella spazzatura. Poi ci sono elettronica e informatica, dove urgono norme contro l’obsolescenza programmata; costruzioni ed edilizia, protagoniste della “renovation wave” annunciata da Ursula von der Leyen; e l’alimentare, tuttora caratterizzato da un’inaccettabile incidenza dello spreco, soprattutto domestico.

In realtà è da tempo che le istituzioni europee si occupano di economia circolare. Nel 2018 era entrato in vigore un pacchetto che ci aveva lasciato in eredità princìpi molto rilevanti sul fine vita dei prodotti, come i target di riciclaggio di imballaggi e rifiuti urbani e i limiti alla quota di rifiuti da smaltire in discarica (che nel 2035 non dovranno superare il 10 per cento del totale). L’Italia si è comportata molto bene, con un balzo in avanti nel recupero e riuso dei materiali che le ha fatto conquistare il quarto posto dopo Paesi Bassi, Francia e Belgio.

Ma il nuovo piano d’azione fa un salto di qualità perché va ben oltre i rifiuti e riflette un approccio olistico, in quanto solo un orientamento globale, capace di garantire i principi di circolarità e sostenibilità in tutte le fasi della catena del valore, può trasformare l’economia in una vera economia circolare.

Se ci focalizzassimo solo sul fine vita perderemmo di vista un dato cruciale: l’80 per cento dell’impatto ambientale di un prodotto si definisce nella sua fase di progettazione. Fino a oggi i criteri di ecodesign erano stati imposti soltanto per i prodotti legati all’energia, ma l’obiettivo è quello di estendere l’ambito di applicazione della direttiva anche ad altri settori. Oltre all’Ecolabel, si sta cercando di andare nella direzione di un’etichettatura verde sull’impatto ambientale dei prodotti.

In tal senso, il delicato periodo che stiamo vivendo è un’opportunità da non perdere. Perché dobbiamo risollevarci dalla crisi legata alla pandemia e per farlo abbiamo a disposizione il fondo Next generation Eu da 750 miliardi di euro. Il suo strumento principale, il recovery and resilience facility, impone che il 37 per cento dei prestiti e finanziamenti sia stanziato per gli obiettivi del Green Deal europeo, il piano per azzerare le emissioni nette del Continente che proprio sull’economia circolare fa perno in modo determinante.

L’Europa ha lanciato un segnale che va colto senza indugi. I governi nazionali sono chiamati a varare misure legislative che vadano verso la direzione ambientale auspicata dall’Ue e potranno accompagnare questo percorso attraverso l’utilizzo di ingenti risorse messe a disposizione.

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