Negli ultimi 10 anni i comuni con almeno un’impresa di “cibo da strada” in crescita del 57%

Lo street food, il cibo di strada preparato e servito da chioschi, furgoncini attrezzati o piccoli locali su strada, non è più un fenomeno di nicchia ma una componente stabile del tessuto economico locale italiano. Lo evidenziano i numeri del Registro Imprese, la banca dati ufficiale delle imprese italiane gestita dalle Camere di Commercio, elaborati da Unioncamere (l’unione delle Camere di Commercio) e InfoCamere (la società informatica del sistema camerale).

Un esempio di street food – immagine generarata con ausilio A.I.

Street food, il cibo cambia pelle

In base al report, negli ultimi dieci anni il settore ha vissuto una vera e propria metamorfosi strutturale, con una diffusione capillare che ormai serve anche i piccoli centri, le aree costiere e i borghi dell’entroterra.

Secondo le rilevazioni al 31 marzo, la nuova geografia del cibo di strada coinvolge 1.975 comuni: tanti i comuni italiani con almeno un’impresa registrata che svolge un’attività riconducibile allo street food. Numeri importanti, tenuto conto che nel 2016 i comuni erano 1.258. In dieci anni, dunque, la “mappa” del settore si è ampliata includendo 717 nuovi Comuni, con un incremento pari al 57%. La conseguenza immediata sta nel fatto che oggi più di un Comune italiano su quattro ospita almeno un’attività del comparto, mentre dieci anni fa il fenomeno interessava poco più di un Comune su sei. 

Crescita esponenziale

La crescita non riguarda solo la diffusione territoriale ma anche il numero delle imprese attive: nello stesso arco temporale, infatti, le attività riconducibili allo street food sono quasi raddoppiate visto che, in dieci anni, le imprese sono passate da 2.271 a 4.286 unità, con un aumento dell’88,7%. Si tratta di un’espansione significativa, che conferma come il comparto sia ormai parte riconosciuta dell’offerta gastronomica e commerciale.

Dietro i numeri, evidenziano Unioncamere e InfoCamere, emerge un cambiamento più profondo nel modo in cui lo street food viene concepito: non più soltanto modalità alternativa di ristorazione ma un modello imprenditoriale che ha saputo adattarsi a contesti molto diversi tra loro, intercettando nuove abitudini di consumo, la crescita del turismo esperienziale e una domanda sempre più orientata verso formule di ristorazione flessibili, informali e di prossimità.

Cambiano le abitudini

La diffusione territoriale conferma questa evoluzione. Il Mezzogiorno concentra quasi la metà delle imprese registrate, a testimonianza del legame tra street food e crescente attrattività turistica e valorizzazione delle tradizioni gastronomiche locali. 

A livello regionale, dopo la Lombardia saldamente in testa con 544 imprese, nel 2026 le regioni con il maggior numero di attività sono Sicilia (514), Puglia (510), Lazio (371) e Campania (361). Tra le province, alle spalle di Milano (256 imprese) troviamo Roma (230), Lecce (192), Torino (170) e Napoli (162). Scendendo infine a livello comunale, la palma di regina dello street food va a Roma (129 attività) che scavalca di pochissimo Milano (128). A distanza seguono Torino (78), Palermo (48) e Bari (44).

Come detto, il dato forse più significativo che emerge dall’analisi riguarda l’espansione del fenomeno oltre i tradizionali poli urbani: sono infatti 717 i Comuni italiani entrati per la prima volta nella mappa dello street food nell’arco dell’ultimo decennio, segnale di un settore che continua ad ampliare la propria presenza sul territorio nazionale. 

Parallelamente, è cambiata anche la struttura imprenditoriale del comparto: le imprese individuali restano la forma prevalente, con 3.157 attività registrate e una quota pari al 73,7% del totale, confermando il forte radicamento di iniziative di piccola dimensione e spesso a carattere familiare. 

Commercio e industria

Accanto a questa componente storica si osserva però un processo di progressiva strutturazione del settore: le società di capitale sono passate da 105 a 620 unità in dieci anni, registrando una crescita che sfiora il 500%. La loro incidenza sul totale delle imprese è salita dal 4,6% al 14,5%, evidenziando un comparto sempre più capace di attrarre investimenti e consolidare la propria presenza sul mercato. 


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