Aumentato considerevolmente il consumo di acqua del rubinetto nel nostro Paese, ma rimaniamo terzi al mondo per consumo di acqua in bottiglia, con relativo massiccio uso di plastica.
L’acqua di rubinetto è sicura, gratuita, a portata di mano. Ma gli italiani – terzi al mondo per il consumo di acqua in bottiglia – sono consapevoli del suo valore? Oppure temono che non sia abbastanza sicura? Dati recenti offrono spunti di riflessione.
Nel 2019 il 77,6 per cento degli italiani ha bevuto acqua di rubinetto, trattata e non, con tasso di crescita sull’anno precedente che sfiora il 4 per cento. Lo afferma una ricerca realizzata da Open mind research su incarico di Aqua Italia, l’associazione dei costruttori di impianti, accessori, componenti e prodotti chimici per il trattamento delle acque primarie, che fa parte di Anima Confindustria.
Un italiano su due dichiara di berla sempre o quasi sempre, soprattutto per una questione di comodità (25 per cento) e attenzione all’ambiente (24,8 per cento). Un argomento, quest’ultimo, che fa presa soprattutto sui più giovani, mossi dal cosiddetto “effetto Greta”. I dati sul periodo della pandemia non sono ancora stati elaborati ma tutto fa pensare che molti altri si siano lasciati convincere dalla praticità dell’acqua pubblica, per risparmiarsi gli spostamenti superflui e le code davanti ai supermercati.
Ma c’è un 26,8% degli italiani che si dichiara “estremamente preoccupato” per la presenza di sostanze contaminanti nell’acqua pubblica e un altro 62,6 si dice “abbastanza preoccupato”. Ma c’è davvero motivo di avere timore? Secondo l’Istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche (Irsa-Cnr), possiamo vantare il quinto posto in Europa per qualità dell’acqua pubblica, subito dopo Austria, Svezia, Irlanda e Ungheria. Prima di tutto perché l’85 per cento deriva da falda, e questo già di per sé la rende migliore rispetto a quella di superficie. Poi i limiti di legge sono molto severi e si eseguono controlli capillari su tutta la filiera.
Vent’anni dopo la prima direttiva sull’acqua potabile, recepita in Italia col decreto legislativo 31/2001, a gennaio 2021 ne è entrata in vigore una nuova (EU 2020/2184) che rende ancora più restrittivi gli standard per alcuni inquinanti, come il piombo, e ne introduce altri, come il bisfenolo A, gli Pfas, il clorato e il clorito. Gli stati membri avranno due anni di tempo per recepire queste modifiche. Un altro caposaldo di questa direttiva sta nella trasparenza: i cittadini dell’Unione hanno il diritto di accedere ai dati sulla qualità dell’acqua erogata, gratuitamente e senza complicazioni di sorta.