Una riforma “timida” ma valorizziamone l’innovazione.

E l’Italia è nella pattuglia dei dieci paesi dell’Unione che faranno da battistrada nell’applicazione delle nuove regole, in particolare quelle che riguardano i “pagamenti unici per stabilimento”.

Sistema che riguarderà fin da subito settori importanti del mercato come i cereali, la carne ed il latte, cui si aggiungeranno dal prossimo anno tutti gli altri, a partire da olio d’oliva, tabacco, cotone. Con una enfasi forse un po’ eccessiva, il neo commissario europeo all’Agricoltura ed allo sviluppo rurale, la signora Mariann Fischer-Boel, ha dichiarato: “All’inizio del 2005, la Pac non ha più niente a che vedere con l’idea caricaturale che se ne fa l’opinione pubblica. La riforma permetterà agli agricoltori europei di diventare dei veri e propri imprenditori. Rivolgerà un segnale forte al resto del mondo e migliorerà le chances del successo dei negoziati commerciali internazionali”.

Continuo ad essere convinto, infatti, che con un po’ di coraggio e di lungimiranza in più la riforma avrebbe potuto essere meno timida, ma tant’è, e dobbiamo ora valorizzare gli elementi innovativi e di qualità che la riforma mette in moto. C’è sicuramente un ruolo maggiore che viene dato al mercato, ma c’è soprattutto il cominciare a spostare l’accento dal semplice sostegno alle produzioni a quello di uno sviluppo rurale organico ed armonico, ad incentivare la tutela dell’ambiente, della qualità e della sicurezza alimentare, del benessere degli animali. Insomma, ad elevare la qualità dell’insieme del nostro mondo agricolo e favorire la diffusione di buone pratiche tra i nostri coltivatori rafforzando il cosiddetto “secondo pilastro” della Pac. Ma siamo agli inizi, e ci sono questioni pesanti come macigni che le istituzioni europee sono chiamate a risolvere in tempi brevi, diciamo entro il 2005, e che già stanno mettendo in fibrillazione Lussemburgo e Regno Unito, i due paesi che quest’anno si suddivideranno i semestri di presidenza dell’Unione. Intanto, sotto la presidenza lussemburghese, che già deve gestire la questione dirompente della riforma del settore dello zucchero, si dovrà adottare la proposta sul nuovo Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale per il periodo 2007-2013. Soprattutto, però, la mina vagante più pericolosa da disinnescare è quella del budget dell’Unione, e quindi di quello destinato all’agricoltura: cosa non di poco conto, sapendo che i contributi all’agricoltura assorbono più o meno il 45 % dell’intero bilancio comunitario. Il quadro è questo: da una parte la Commissione europea chiede agli Stati membri – per far fronte alla nuova fase ed alle nuove sfide della competizione globale, sostenere la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico – di portare il proprio contributo all’1,24 % dei rispettivi redditi nazionali lordi.

Dall’altra, ben sei paesi (Austria, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Svezia) hanno bocciato la proposta, proponendo che il contributo degli Stati membri al bilancio dell’Unione europea nelle prospettive finanziarie 2007-2013 non superi l’1% del reddito nazionale lordo, ed anche tra gli altri persiste una preoccupante miopia nell’allargare i cordoni della borsa. Ora, l’ingresso dei dieci nuovi paesi aumenta la popolazione dell’Unione del 20 %, ma contribuisce all’aumento del Pil europeo solo del 5: quindi, se niente cambia, si dovranno affrontare maggiori impegni con meno fondi. La questione, come si può ben capire, tocca tutti i campi di intervento dell’Unione europea, e certo non può non sfiorare anche il settore che maggiormente attinge al budget comunitario. E come in tutte le famiglie, anche per Bruxelles far quadrare i bilanci quando la coperta è troppo corta non è semplice. E’ vero che, almeno formalmente, non si potrà rinegoziare il bilancio dell’agricoltura, perché bloccato dall’accordo del Consiglio europeo del 2002, che blindava le spese agricole per il periodo 2007-2013, e sulle cui conclusioni si fondava la riforma della Pac del 2003: “la spesa annua totale per le spese connesse al mercato e i pagamenti diretti in un’Unione a 25 non potrà superare, nel periodo 2007-2013, l’importo in termini reali del massimale della categoria 1.A per il 2006 stabilito a Berlino per l’Unione europea a 15 e il corrispondente massimale di spesa proposto per i nuovi Stati membri per il 2006. La spesa complessiva, in termini nominali, per le spese connesse al mercato e i pagamenti diretti, per ciascun anno nel periodo 2007-2013, sarà mantenuta al di sotto di detta cifra per il 2006 maggiorata dell’1% annuo”. Nella sua proposta relativa alle nuove Prospettive finanziarie la Commissione conferma tali importi, incrementandoli per la Bulgaria e la Romania di 7.969 milioni di euro per il periodo considerato.

In estrema sintesi, la proposta della Commissione prevede queste proposte: • l’incorporazione delle spese agricole attinenti al nuovo capitolo di bilancio “sviluppo sostenibile e protezione delle risorse naturali” fra le spese relative alla Politica comune della pesca e alla politica ambientale; • la coerenza con i principi dell’ultima riforma (giugno 2003), in particolare quello relativo al rafforzamento dello sviluppo rurale; • La Commissione suggerisce in particolare di adottare per tali spese di un nuovo strumento finanziario consistente in un fondo unico che raccolga l’insieme delle misure attualmente finanziate dal Feaog Garanzia, la politica strutturale nelle zone in ritardo di sviluppo e il programma Leader +, e di concentrare tale politica su un ristretto numero di obiettivi; • il rispetto dei massimali annui convenuti dal Consiglio europeo dell’ottobre 2002 e la previsione dell’integrazione della Romania e della Bulgaria, assicurando il finanziamento di tale adesione con risorse aggiuntive; questo implica: • una diminuzione del volume totale dei pagamenti diretti dell’Unione europea e delle misure di sostegno al mercato del 3,3% (e ciò malgrado l’allargamento dell’Unione europea da 15 a 27 Stati membri e senza considerare gli effetti della modulazione e del margine per imprevisti); • un aumento (ante modulazione) degli stanziamenti per lo sviluppo rurale per effetto del solo allargamento (del 25% fra il 2006 e il 2013); • infine, secondo la proposta della Commissione, la spesa per gli interventi di mercato e i pagamenti diretti subirebbero un calo del 3,3 %, e il loro peso sul budget agricolo passerebbe dal 32,2 al 26,7 % Quindi il peso dell’agricoltura nel suo insieme sul bilancio comunitario passerebbe dal 45 % del 2006 al 35 del 2013. Ma ci sono anche coloro che pensano che la situazione possa essere sbloccata effettivamente ed i fondi necessari reperiti solo puntando ad un cofinanziamento della Pac da parte dei singoli Stati membri, nella misura del 25 %, come ventilato dal relatore nella discussione nella Commissione Bilancio del Parlamento europeo. Posizione che vede l’opposizione di molti invece, come comprensibile, in Commissione Agricoltura, dove si sostiene che l’accordo sui pagamenti diretti è già legalmente in vigore e che sia agricoltori che industria di trasformazione si sono preparati da tempo alla dotazione finanziaria del Consiglio europeo. Sulla stessa posizione il presidente di turno del Consiglio Agricoltura, il lussemburghese Boden: dall’accordo del 2002, ha detto, non si può derogare. La discussione, e lo scontro, sono in corso. Certo è che se gli Stati membri insistono sulla politica della lesina, proprio quando c’è bisogno non di meno, ma di più Europa, le prospettive saranno poco rosee per tutti. Il braccio di ferro sulle prospettive finanziarie pare non suscitare grande interesse al di fuori delle cancellerie e delle istituzioni comunitarie, ma in realtà dal suo esito molto dipenderà del futuro dell’Unione e del suo ruolo negli scenari competitivi globali.