Taranto e l’Ilva: storia di un drammatico confronto tra lavoro e salute

Da una parte ci sono ben ottomila dipendenti. Dall’altra i cittadini di Taranto. Su un fronte ci sono famiglie che non vogliono perdere il lavoro, anche a rischio di ammalarsi di cancro e di un ricatto occupazionale.

Da una parte ci sono ben ottomila dipendenti. Dall’altra i cittadini di Taranto. Su un fronte ci sono famiglie che non vogliono perdere il lavoro, anche a rischio di ammalarsi di cancro e di un ricatto occupazionale. Sull’altro c’è una città uccisa dall’inquinamento, dove anche la situazione ospedaliera, alle prese con una percentuale altissima di pazienti, rischia di esplodere.

Tanto che il governatore pugliese Vendola s’era rivolto a Don Verzè proprio per assicurare un possibile sbocco ad una realtà ormai drammatica. A patire i danni non è solo la popolazione ma l’intero ambiente. E i cittadini scendono continuamente in strada per protestare, mentre si ritrovano dall’altra parte della barricata – in un’assurda guerra tra poveri – gli operai dell’Ilva che difendono con i denti un posto di lavoro che al Sud, di questi tempi, è prezioso più dell’oro.

Con un amaro compromesso: meglio l’eventualità di una malattia che la disoccupazione sicura. Intanto in Tribunale i consulenti nominati dal gip Patrizia Todisco hanno illustrato gli esiti della perizia medico-epidemiologica disposta per accertare l’eventuale nesso di causalità tra inquinamento, morti e malattie. I tre professori scelti dal gip hanno scritto una perizia che non lascia dubbi: “L’esposizione continuata agli inquinanti emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi dell’organismo che si traducono in eventi di malattia e morte”.

La storia degli operai è ben raccontata dal Corriere della Sera: “Vedi, io non vorrei morire di cancro, ma neppure di fame – sottolinea un veterano, trent’anni di “area a caldo”. “Ma il cancro è solo eventuale; se l’Ilva chiude, la fame invece è sicura”. Se i cittadini non ne possono più, gli operai sfilano ignorando il sindacato che aveva detto no a “manifestazioni padronali”. “Meglio fidarsi del padrone che ci dà il pane – dicono i giovani, ormai tanti, coi piercing e i tatuaggi esibiti, la voglia di scappare via appena possibile dall’inferno preso in eredità dai padri, come scrive il Corriere.