Tar sands, il petrolio orribilis sta arrivando in Europa

MILANO – E' partita ieri la campagna “Tar Sands” finalizzata a fermare lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi sensibilizzando gli ignari cittadini, i governi e i membri del Parlamento europeo.

MILANO – E' partita ieri la campagna “Tar Sands” finalizzata a fermare lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi sensibilizzando gli ignari cittadini, i governi e i membri del Parlamento europeo.

Le “Tar Sands” sono sabbie bituminose, presenti nella regione dell’Alberta, in Canada, dalle quali si può estrarre petrolio. Il processo di lavorazione delle “Tar Sands” è molto dannoso per l’ambiente: vaste aree di antiche foreste vengono rase al suolo, e immense voragini vengono scavate per estrarre le sabbie bituminose. Senza contare poi la costruzione di enormi centrali, la quantità di acqua impiegata ad altissima temperatura e il dispendio di gas e di energia necessari. Il risultato è la devastazione di intere aree trasformate in scenari apocalittici, con il conseguente impatto sulla vegetazione, sugli animali, sulle popolazioni indigene e sul clima. Con l’incremento del prezzo del petrolio e la prospettiva dell’esaurimento delle fonti a basso costo, l’industria petrolifera sta sviluppando processi di estrazione del petrolio alternativi.

Tali processi, ritenuti fino ad ora anti economici per via delle condizioni estreme di estrazione e lavorazione che richiedono, possono comportare rischi ambientali elevatissimi come il disastro della piattaforma di estrazione Deepwater Horizon ha mostrato a tutto il mondo. Uno di questi nuovi processi è proprio l’estrazione di olio pesante dalle “Tar Sands”. Le “Tar Sands” costituiscono un problema globale. Le foreste del Canada sono uno dei grandi polmoni verdi della Terra, il loro abbattimento riguarda tutti noi.

Così come l’impatto climatico della lavorazione delle “Tar Sands”. L’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose richiede un’enorme quantità di energia. Semplificando, l’estrazione gravimetrica a vapore utilizza una grande quantità di gas naturale per scaldare l’acqua, che viene poi mischiata con la terra per separare il petrolio dalla sabbia, rendendolo abbastanza liquido da poter essere recuperato e raffinato. Si stima che le emissioni di CO2 rilasciate da questo tipo di estrazione siano da tre a cinque volte superiori rispetto ai metodi di estrazione tradizionali.

Molte banche e corporazioni europee stanno finanziando questa devastante attività estrattiva: Total, Shell, BP, Banca Intesa e Barclays sono tra i più importanti investitori. A breve il Parlamento europeo dovrà decidere se vietarne l’importazione in Europa con la direttiva sulla qualità del combustibile. È il momento, insomma, di far conoscere il problema, di fermare lo scempio ed impedire che le “Tar Sands” arrivino anche in Europa. Infatti in questo momento, il Canada e le aziende petrolifere stanno guardando l’Europa come prossimo mercato. Tra i promotori della campagna di sensibilizzazione, c’è una catena internazionale di negozi specializzati in cosmetici realizzati a base di prodotti biologici, la Lush.

Che ha deciso di mobilitarsi, investendo risorse in una campagna dai toni fortemente ambientalisti. Per un’intera settimana tutti i negozi Lush, in più di 20 Paesi europei, diventeranno dei centri per la campagna contro lo sfruttamento delle “Tar Sands”.

Chiunque potrà passare in una bottega Lush per saperne di più sulla questione, ritirare del materiale informativo, e firmare una cartolina di sensibilizzazione indirizzata al Parlamento europeo. Il momento più rappresentativo sarà sabato 18 giugno, alle ore 16, quando in tutte le botteghe Lush una persona verrà coperta di “petrolio”, nella speranza che questo spettacolo stimoli un dialogo sulle “Tar Sands”.

Lush, inoltre, destinerà fondi all’organizzazione non profit Ien-Indigenous Environmental Network, un collettivo di popoli indigeni che lavora per proteggere l’ambiente, sensibilizzando l’opinione pubblica e opponendosi allo sfruttamento delle “Tar Sands”. Lush chiede in sostanza di investire in una politica energetica verde e sostenibile, pulita e rinnovabile che non distrugga l’ambiente e che tenga il petrolio proveniente dalla lavorazione delle “Tar Sands” fuori dall’Europa.