Sostenibilità agricola: il caso di Cadelbosco (Reggio Emilia)

REGGIO EMILIA – E’ ormai un caso nazionale l’esperienza del Comune di Cadelbosco di Sopra, in provincia di Reggio Emilia, quale esempio positivo di sostenibilità territoriale degli allevamenti suinicoli presenti in un contesto di sopravvenuta edilizia residenziale diffusa.

Garantire un livello sostenibile di convivenza degli allevamenti zootecnici intensivi con la popolazione residente era l’obiettivo dell’amministrazione comunale che è riuscita ad individuare percorsi di studio e a predisporre progetti in grado di portare soluzioni efficaci tali da garantire i diritti degli allevatori e il benessere dei cittadini nel rispetto dell’ambiente e degli animali secondo una nuova forma di equilibrio responsabile. “Il nostro territorio – spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Cadelbosco di Sopra, Tania Tellini – è stato oggetto di un consistente aumento demografico, cui è corrisposta la trasformazione di molti edifici agricoli a edifici civili. La convivenza tra i nuovi residenti e gli allevamenti suinicoli, da sempre presenti nel nostro territorio, era diventata complessa. Il Comune ha quindi aperto il confronto con i cittadini, i quali sono stati coinvolti, attraverso assemblee pubbliche e incontri, nei piani di indagine predisposti e nei percorsi attuati per trovare insieme soluzioni che potessero contemperare le differenti istanze”. L’economia agricola della provincia di Reggio Emilia, infatti, si caratterizza storicamente per una forte presenza di allevamenti suinicoli e di bovini da latte che ne costituiscono i settori cardine. In particolare i suini rappresentano, per numero di capi allevati, la maggiore tipologia di allevamento in tutta la provincia. Nel corso dell’ultimo decennio, i dati rilevati indicano una progressiva diminuzione del numero di suini, passati dai 443.243 del 2001 ai 321.204 del 2010 con una variazione negativa del 27,5%. Alla diminuzione dei livelli produttivi si accompagna un generale andamento negativo della produzione lorda vendibile, pertanto alla diminuzione dell’offerta non ha corrisposto un incremento dei prezzi di vendita (fonte Crpa).

Nella provincia di Reggio Emilia, l’ambito della “Bassa Pianura” – costituito dai Comuni di Boretto, Brescello, Cadelbosco di Sopra, Guastalla, Gualtieri, Luzzara, Reggiolo, Castelnovo di Sotto, Poviglio, Bagnolo in Piano e Novellara – presenta i livelli più elevati in termini di densità della suinicultura. Anche nel Comune di Cadelbosco di Sopra, in linea con i dati generali, si è registrata una progressiva riduzione del numero di capi allevati, passati dai 27.710 del 2001 ai 22.068 del 2010 con una variazione negativa del 20,4%, (fonte Crpa 2010). Complessivamente si è avuta una riduzione del numero di aziende suinicole di allevamento sul territorio, cui però è corrisposto un progressivo ampliamento delle rimanenti aziende. Nel caso specifico di Cadelbosco si è passati in media da 402,40 capi per azienda negli anni ottanta a 4.205 capi per azienda nel 2000 (dati Ptcp 2010). La concentrazione del numero di capi per azienda comporta di conseguenza un’analoga concentrazione ed intensificazione degli impatti ambientali connessi all’allevamento suinicolo per i quali è stato necessario approntare soluzioni tecnologiche innovative e particolari attenzioni nella conduzione operativa degli allevamenti. “Il caso degli allevamenti suinicoli Aras e Le Fontanelle situati nel Comune di Cadelbosco di Sopra – sottolinea il Sindaco di Cadelbosco di Sopra, Silvana Cavalchi – hanno riportato l’attenzione su una duplice esigenza: da un lato tutelare le produzioni tipiche della zona, dall’altro creare le condizioni per garantire una convivenza sostenibile degli allevamenti zootecnici intensivi con la popolazione residente. Abbiamo quindi chiesto alle aziende di aiutarci a trovare soluzioni adeguate a garantire la sostenibilità degli allevamenti situati nel territorio e queste, con grande senso di responsabilità imprenditoriale, si sono immediatamente rese disponibile ad adottare soluzioni tecnologicamente molto avanzate in grado di sanare la situazione che si era venuta a creare”.

Il percorso è iniziato con la predisposizione di indagini conoscitive e monitoraggi approfonditi riguardanti la qualità delle acque sotterranee freatiche (profondità 0-20 metri) su tutto il territorio comunale e le emissioni odorigene provenienti dagli allevamenti coinvolti. Sono state quindi individuate tecnologie adeguate in grado di ridurre sensibilmente l’impatto ambientale legato agli spandimenti dei liquami zootecnici, e si sono sperimentate forme di miglioramento dell’alimentazione animale per ridurre le emissioni odorigene. “Il Crpa sta effettuando controlli sulla emissione di odori e verificando l’efficacia di additivi somministrati agli animali con la dieta – ha spiegato la Laura Valli di Crpa Reggio Emilia – e, in parte, nebulizzati nell’ambiente di stabulazione con lo scopo di ridurre la formazione di composti maleodoranti. Sebbene i primi risultati sembrino indicare una certa efficacia, è necessario condurre ulteriori verifiche. Sempre a cura del Crpa è stato completato uno studio che mostra la fattibilità di una linea di trattamento che porta al recupero energetico in forma di biogas e alla riduzione dell’azoto contenuto nei liquami. La riduzione di questo elemento e dei composti organici volatili, conseguibile attraverso un trattamento depurativo dei liquami a valle dell’impianto di biogas, potrà permettere di conseguire un duplice beneficio: minor rischio di carichi eccessivi di azoto sui terreni a salvaguardia della qualità delle acque sotterranee; forte riduzione delle emissioni di gas maleodoranti”. Crpa ha quindi condotto uno studio di fattibilità sull’azienda Fontanelle con l’obiettivo di individuare la migliore soluzione tecnologica in grado di ridurre l’impatto ambientale (emissioni di odori e ammoniacali) dell’allevamento suinicolo e garantirne al contempo la sostenibilità economica. Le tecnologie che sono state scelte per lo studio sono: la digestione anaerobica per la produzione di biogas da convertire in energia elettrica in un cogeneratore dedicato e il trattamento biologico di parziale rimozione dell’azoto (nitrificazione-denitrificazione). “La prima tecnologia – spiega Claudio Fabbri di Crpa Reggio Emilia – garantisce al gestore di avviare tutto o parte del liquame prodotto ad un processo biologico in grado di convertire buona parte della sostanza organica presente negli stessi in biogas, ovvero una miscela di gas metano e anidride carbonica. I maggiori benefici sono rappresentati dalla riduzione della quasi totalità dei composti organici volatili (Cov), e quindi della potenziale fonte di emissione odorigena, in una fonte energetica rinnovabile. La seconda tecnologia consente, invece, di ridurre il carico azotato presente nel liquame trattato con la digestione anaerobica e conseguentemente il terreno necessario alla sua utilizzazione agronomica. Lo studio ha previsto l’approfondimento di diverse configurazioni impiantistiche.

Quella che meglio risponde alle esigenze aziendali e consente di raggiungere la maggiori performance ambientali ed economiche prevede: una modifica delle modalità di rimozione dei liquami dalle fosse di stoccaggio presenti sotto ai fessurati dei ricoveri, in modo tale da aumentare la frequenza di rimozione e ridurne la diluizione; un trattamento preliminare di addensamento dei liquami freschi con da una parte l’avvio della frazione addensata alla digestione anaerobica e, dall’altra parte, l’avvio della frazione chiarificata a trattamento biologico per la riduzione del carico azotato. Con questa configurazione impiantistica l’azienda sarà in grado di installare un cogeneratore da circa 250 kWe, in grado di produrre circa 2.000.000 kWh all’anno, ovvero il fabbisogno annuale di circa 500 famiglie. Il trattamento biologico di nitrificazione-denitrificazione, invece, consentirà di ridurre il carico azotato del 50-60% circa e, conseguentemente, anche di una pari entità i terreni necessari all’utilizzazione agronomica”. L’azione di assistenza alle aziende è stata volta alla ricerca di soluzioni che consentissero la coesistenza dell’attività di allevamento in un contesto fortemente antropizzato come quello della pianura reggiana. L’investimento economico è equiparato alla risposta tecnologicamente avanzata del progetto, che è nell’ordine di alcuni milioni di euro a totale carico delle aziende.