Quanto ci costa inquinare?

Quando nel lontano aprile del 1970 il senatore americano Gaylord Nelson poneva, per la prima volta, il problema della salvaguardia del nostro pianeta, chi ascoltava rimase interdetto.

Quando nel lontano aprile del 1970 il senatore americano Gaylord Nelson poneva, per la prima volta, il problema della salvaguardia del nostro pianeta, chi ascoltava rimase interdetto.

Il monito del senatore produceva un sentimento inedito nell’opinione pubblica, e l’allarmismo montava assumendo, con la discesa in piazza di oltre 20 milioni di persone, i tratti di un vero e proprio movimento. Oggi, che la giornata della Terra è diventata un evento internazionale, si è anche cominciato a considerare quanto il genere umano perda, in termini economici e di salute, nel continuare a compromettere pesantemente gli equilibri naturali. Il computo non è facile da concepire, date le innumerevoli varianti che il calcolo comporta, ma nonostante queste difficoltà Nicholas Stern, ex chief economist della Banca Mondiale, ha calcolato che, se non verrà dismesso l’utilizzo di combustibili fossili, questo graverà sul pil mondiale di una somma compresa tra il 5 e il 20 per cento.

"Anche l'Unione europea ha affrontato il tema dei vantaggi legati alla difesa degli equilibri naturali", ricorda Gaetano Benedetto, direttore delle politiche ambientali del Wwf. "Ad esempio è stato calcolato il valore che si perde cementificando e inquinando. Visto che ci vogliono tra i mille e i 10mila anni per ripristinare la fertilità dei primi 30 centimetri di terreno, la perdita della disponibilità di suoli puliti comporta nell'Europa in cui vivono circa 500 milioni di abitanti una tassa pro capite pari a 80 euro". Sempre l'Agenzia europea per l'Ambiente, calcola nel 2010 che, nell'Europa a 27 stati, il costo delle inondazioni previste, in assenza di un ripristino della capacità di filtro degli ecosistemi naturali, è pari a 16,9 miliardi di euro l'anno.

Il Teeb (the Economist of Ecosystem and Biodiversity Study), nell’ottobre scorso, ha pubblicato una ricerca che svela il “valore” dei vari ecosistemi a rischio, tra cui la barriera corallina, famosa per la propria biodiversità e per le numerose specie animali di cui è popolata, produce cospicui introiti economici legati ai continui flussi turistici. Ma, più implicitamente, produce ricchezza anche contribuendo al ripopolamento dei mari, con grande vantaggio per la pesca, e limitando gli effetti devastanti di alcuni fenomeni naturali come nel caso dello tsunami indonesiano, contenuto nel suo impeto nelle zone attigue alla barriera corallina.

Il Teeb, mettendo in relazione questi parametri, ha assegnato alla barriera corallina un valore che si aggira attorno agli 800mila euro per ettaro annui. Le paludi costiere offrono, tra i vari vantaggi, un servizio di purificazione gratuita. Traducendo in ricchezza, la valutazione si aggira attorno 215mila euro l’anno per ogni ettaro; i fiumi e il laghi, considerando il loro ruolo di riserva idrica naturale e l’importanza turistica che rivestono, “valgono” circa 8900 euro ogni anno. E le foreste tropicali? Svariati sono i motivi per cui è fondamentale preservarle: custodiscono grandi quantità di carbonio che inibiscono la crescita dell’effetto serra; è una banca genetica molto utile soprattutto all’industria farmaceutica; favoriscono un clima tollerabile in luoghi altrimenti aridi.

Il loro valore stimato raggiunge 15mila euro per ettaro l’anno. Secondo l'Unep (United Nations Environment Programme), i benefici provenienti dagli ecosistemi marini del Mediterraneo valgono più di 10mila euro l'anno per chilometro quadrato. Patrimonio di cui l'Italia dispone per il 35 per cento della ricchezza totale, corrispondente a circa 9 miliardi di euro.