L’avicoltura in Sardegna, la storia del “dindu”

L’autorevole Tipografia Arborense di Oristano, importante per la pubblicazione delle principali canzoni/poesie sarde di fine ‘800, come quelle straordinarie di Melchiorre Murenu, la celebre “Su giudissiu universale e sa giudicadura chi depet fagher su supremu giuighe”, ha pubblicato nell’anno 1896 il prestigioso “Catalogo-album illustrato e descrittivo delle diverse razze di polli, tacchini, faraone, anitre, o

L’autorevole Tipografia Arborense di Oristano, importante per la pubblicazione delle principali canzoni/poesie sarde di fine ‘800, come quelle straordinarie di Melchiorre Murenu, la celebre “Su giudissiu universale e sa giudicadura chi depet fagher su supremu giuighe”, ha pubblicato nell’anno 1896 il prestigioso “Catalogo-album illustrato e descrittivo delle diverse razze di polli, tacchini, faraone, anitre, oche e piccioni” curato dai fratelli pollicoltori Delogu, titolari di uno dei principali stabilimenti della Sardegna.

La bella edizione, con copertina rossa, svela che “su dindu comune”, il nostro amato tacchino sardo, ha ricoperto sempre una parte importante tra i gallinacei di genere meleagris (gallopavo). “Su dindu de sa familia meleagridi si allevat po sa petta, sa conca est ruja e nuda, podet pesare unos 12-15 chilos”.

L’avicoltura ha un ruolo apprezzabile nella storia della Sardegna. Fior di storici scavano indietro nel tempo per raccogliere rilevanti segni del passaggio del “dindu”. E’ sentire comune che “su dindu” sia stato importato dalle Americhe nel ‘500 o nel ‘400. Forse dal Messico e dal Verapaz del Guatemala quando i conquistatori spagnoli di ritorno dalle Americhe portarono animali già sottoposti al processo di domesticazione da parte degli indigeni, anche se in alcuni affascinanti scritti e in diverse preziose raffigurazioni il tacchino è rappresentato come animale selvatico, nervoso, pericoloso, con rivestimento squamiforme del metatarso. Quasi un lupo mannaro nelle favole per i bambini!

Secondo studi più attendibili, come quelli del famoso zoologo bolognese Alessandro Ghigi (che fu anche senatore), l’etimologia deriverebbe dal termine francese "dindon", in quanto nell’800 i mercanti di Ozieri e del Logudoro si recavano a Marsiglia per vendere il bestiame.

In Francia i tacchini più famosi erano quelli di Bourbonnais, Bresse, Normandia, Sologne, da cui deriverebbero gli incroci con quelli sardi bronzati, bianchi e neri. Con il tempo il termine "dindon" sarebbe diventato "dindu". Noti i documenti riguardanti le famiglie Chessa, Fresu, Lai, Pinna, Porcu, Saba e Usai. Per deduzione, è utile raccogliere qualche elemento storico per la nostra Sardegna.

I massimi scienziati ritengono che “su dindu” sia originario del Logudoro, la zona più fertile dell’Isola. Ancora oggi nei territori di Ittiri, Oschiri, Ozieri, Pattada è insediata l’erudizione sul “dindu”. “Sa panada”, piatto tipico del logudorese, viene realizzata con polpa di tacchino. Nella Gallura, viceversa, le illustrazioni storiche fanno riferimento al “bibbínu”, nel Campidano si parla anche di “pioccu”. Le zone di origine catalana utilizzano “gall dindi”. L’iconografia del “dindu” comprende storiografi di massimo splendore come l’umanista Pier Candido Decembrio, magister brevium della corte pontificia. Scrisse nell’anno 1460 il celebre bestiario “De natura avium et animalium” (originale “De omnium animalium natura atque formis nec non rebus memoria et annotatione dignis ad illustrissimum principem D.Ludovicum Gonzagam Mantuae Marchionem”), opera fondamentale nella ricostruzione della fauna.

Il preziosissimo manoscritto è conservato presso la Biblioteca Vaticana, illustrato da 473 straordinarie miniature di animali e nel secondo libro sono descritti gli uccelli e i gallinacei. Il sottoscritto ha presentato proposta al Ministero della Pubblica Istruzione affinché si adotti nelle scuole primarie della Sardegna. Alcune eccelse descrizioni scientifiche del tacchino portano la firma illustre del naturalista francese Pierre Gilles (Lione, 1533), e di Pierre Belon, con "Historie naturelles des Oiseaux" (Lione, 1555).

Tra gli italiani uno dei più celebri naturalisti a livello mondiale è stato il bolognese Ulisse Aldrovandi botanico e ornitologo impareggiabile, nipote di Papa Gregorio XIII, fondatore delle scienze naturali moderne e grande appassionato di tacchini, da lui descritti impeccabilmente. Anche Linneo, medico svedese del ‘700, padre della moderna classificazione tassonomica degli organismi viventi, s’è occupato di gallinacei.

Bertrand Russell ha introdotto la metafora del tacchino induttivista, ripresa da Karl Popper e da Massimo Cacciari, che confuta le pretese di validità dell'inferenza induttiva per enumerazione, cardine dell'empirismo. Gustavo Adolfo Bécquer, uno dei massimi poeti spagnoli, ha scritto il capolavoro “Memorie di un tacchino”, mentre Baharier Haim, scrittore ebreo, è autore del “Tacchino pensante”.

Anche nell’anedottica è molto presente il tacchino. In quella riguardante Gioacchino Rossini, l’episodio più noto, considerata la fama di mangiatore di tacchini del maestro pescarese, è quando in barca, sul lago di Como, stava per mangiare uno stupendo tacchino farcito di tartufi che finisce nel lago, facendo addirittura piangere l’autore del Barbiere di Siviglia.

Per curiosità, il verso del tacchino, in italiano “gloglottare”, è una delle più eclatanti forme onomatopeiche, ricordata anche da Giacomo Leopardi e Ferruccio Ulivi. Ecco perché la storia dei tacchini appassiona tanti studiosi. E’ convincimento comune che il primo cronista che tratti il tacchino sia stato Gonzalès Fernando di Oviedo, governatore di Hispaniola nel "Summario de la historia natural de las Indias Occidentales", anno 1525, quando descrive il volatile che ritiene essere una varietà del pavone.

Ma già Teofrasto (370-285 a.C.), uno dei più noti botanici dell’antica Grecia, discepolo di Aristotele, trattava di gallinacei. Forse proprio un tacchino viene descritto come “oryx”, uccello svuotatore, parente di quella gallina faraona nota ad Aristotele. Forse si trattava proprio di una gallina faraona (Numida meleagris), parte della stessa famiglia del “dindu”.

Di certo il tacchino in Europa ha goduto dei massimi onori nel Rinascimento se è vero che Carlo IX nel 1575 fece dono a Papa Gregorio XIII, in un periodo in cui si facevano regali d’oro, addirittura di dodici tacchini che il Pontefice gradì molto, tanto da ordinarne altri. L’antico folklore sardo includeva feroci battaglie tra tacchini. Il gallinaceo ha però avuto scarsa considerazione nell’Isola, tanto che un comune modo di dire è “Oh pioccu, t'indi bogasa de is callonis?”, cioè “Oh stupido, potresti spostarti?”. In alcune zone della Sardegna (specie tra i loceresi) il tacchino viene anche detto “pissudu”, con riferimento ad un uomo molto dotato, a causa dei rituali della riproduzione, quando femmine e maschi si separano finquando al richiamo della femmina rispondono tutti i maschi, corteggiandola facendo la ruota, rovesciando la testa all'indietro, strascicando le ali a terra, gridando e mostrando il pene.

Alcuni territori italiani hanno saputo sviluppare maggiormente la tradizione galliforme, dedicando prestigiosi volumi, ma più che altro facendone parlare. Penso al tacchino brianzolo, che in realtà ha origine belga, a quelli veneti-bronzati o agli emiliano-romagnoli come il Lilla di Bologna, primo esempio di modifica genetica per fini commerciali, all’ermellinato bianco, creazione di Raffaello Quilici presso l’Istituto Sperimentale di Pollicoltura di Rovigo. Le razze rustiche sarde, di grossa mole, varie livree, tarsi carnicini, macchie all'estremità delle remiganti e dalle caruncole rosse, possono ascriversi ad una popolazione di individui dotati di una certa uniformità somatica, ambìti nel territorio per le loro caratteristiche riproduttive (propensione alla cova), buoni pascolatori, resistenti alle più comuni malattie, allevati la maggior parte da aziende a conduzione familiare.

Ma purtroppo la Sardegna sta abbandonando “su dindu”, la consistenza della razza si è molto ridotta, relegandola ad una magra gastronomia locale che ci offre principalmente “Fajitas de dindu”. Le tante pubblicazioni dedicate a monografie sulla fauna sarda, come quelle di Salvatore Caredda, Rafael Caria, Mauro Doneddu, Franco Puddu, Giuseppe Sedda, ignorano purtroppo il tacchino, concentrandosi soprattutto su anfibi, rettili, insetti (farfalle), rapaci (soprattutto falchi pellegrini), fenicotteri e mufloni.

 

 Bibliografia

Pier Gaetano Venino, Tacchini, Anatre, Faraone, Oche, Piccioni, Vallardi, Milano, 1940;

Giovanni Cipriani, Allevare anatre, faraone, oche, tacchini, La casa verde editrice, 1987