La finanza per l’agroalimentare, lo studio

In occasione di CIBUS 2016 CRIF Ratings ha predisposto un outloock dedicato all’industria alimentare italiana. Il settore alimentare viene valutato sufficientemente robusto per sostenere piani di investimento per la crescita, e appetibile per gli investitori in cerca di un’esposizione verso emittenti del ‘made in Italy’. E’ questo quanto si evince da una ricerca recentemente effettuata dall’agenzia di rating sul settore.

In occasione di CIBUS 2016 CRIF Ratings ha predisposto un outloock dedicato all’industria alimentare italiana. Il settore alimentare viene valutato sufficientemente robusto per sostenere piani di investimento per la crescita, e appetibile per gli investitori in cerca di un’esposizione verso emittenti del ‘made in Italy’. E’ questo quanto si evince da una ricerca recentemente effettuata dall’agenzia di rating sul settore.

L’industria del Food&Beverage è uno dei settori che meglio ha retto l’impatto della crisi. Tra il 2007 e il 2015 il valore aggiunto nominale è cresciuto del 4%, una performance forse non straordinaria ma che assume una valenza particolare, se confrontata con il tessuto manifatturiero che ha perso, invece, il 15%.

‘La tenuta del settore non è solo imputabile alla bassa ciclicità che lo caratterizza e lo rende meno esposto alle fasi recessive; un grande contributo è venuto dalla capacità di estendere la presenza sui mercati internazionali’ afferma Paolo Bono, Associate presso CRIF Ratings.

L’export di prodotti alimentari è cresciuto del 58% tra il 2007 e il 2015, un incremento molto più sostenuto rispetto al +14% contestualmente rilevato per il totale dei prodotti manifatturieri. ‘Sorprendente’, continua Bono, ‘è soprattutto la costanza con cui il settore ha performato meglio del complessivo manifatturiero sui mercati esteri: ciò è avvenuto quasi sempre, sia nelle fasi recessive che in periodi di crescita’.

Il 2014 potrebbe esser stato il momento di svolta per il settore. Dopo anni di deterioramento, i margini hanno iniziato a risalire trovando conferma nel 2015 con un Ebitda margin al 7,2% (6,9% nel 2014 e 6,3% nel 2013), un livello sostanzialmente allineato al 7,3% del 2007. Un’inversione di tendenza è emersa anche sugli investimenti ma in tal caso la ripresa è molto più contenuta: l’incidenza degli investimenti sul fatturato è passata dal 2,7% nel 2013 al 2,9% nel 2015 un livello che resta ben al di sotto del dato pre-crisi (4,3% nel 2007).

CRIF Ratings sostiene che le imprese del settore torneranno ai livelli di investimento del periodo pre-crisi solo quando percepiranno come sostenibile e di medio periodo la ripresa del mercato interno. Negli ultimi due anni a trainare il lieve rialzo degli investimenti sono stati i segmenti merceologici con una spiccata propensione all’export, che hanno potuto beneficiare di una costante crescita della domanda estera.

‘Non tutte le aziende del Food&Beverage producono e commercializzano vino, pasta o caffè, ossia prodotti destinati per almeno un terzo sui mercati esteri’, afferma Bono. La propensione all’export dell’alimentare è cresciuta costantemente negli ultimi anni ma oggi è ancora al 21%. Molte produzioni hanno il loro naturale sbocco sul mercato nazionale: si pensi al latte o alle carni. Le imprese che operano in questi segmenti ritorneranno a investire significativamente solo con una ripresa solida dei consumi interni. In caso contrario dovranno riorganizzare la produzione verso prodotti di seconda lavorazione come formaggi e salumi, più facilmente esportabili’.