Inquinamento luminoso: appello dell’Unione astrofili

Se ne parla poco, ma l’inquinamento luminoso, nonostante la crisi, è un fenomeno crescente che provoca anche rischi sanitari. Oltre a deturpare il paesaggio. A lanciare l’appello per ridurre gli eccessi è il presidente dell'Unione astrofili italiani, Mario Di Sora. Attraverso un’intervista all’Eco dalle città (www.ecodallecitta.it) rivela come si tenda ad illuminare zone d’insediamento umano soprattutto per una falsa concezione della sicurezza.

Se ne parla poco, ma l’inquinamento luminoso, nonostante la crisi, è un fenomeno crescente che provoca anche rischi sanitari. Oltre a deturpare il paesaggio. A lanciare l’appello per ridurre gli eccessi è il presidente dell'Unione astrofili italiani, Mario Di Sora. Attraverso un’intervista all’Eco dalle città (www.ecodallecitta.it) rivela come si tenda ad illuminare zone d’insediamento umano soprattutto per una falsa concezione della sicurezza.

Ma dietro l’inquinamento luminoso si nasconderebbero anche interessi economici. “Le città italiane sono troppo illuminate, perché le amministrazioni affrontano la questione della sicurezza delle strade in modo demagogico, facendola coincidere con la luminosità – spiega il presidente. “Nella maggioranza delle città – aggiunge – i livelli di luminanza sono superiori a quelli indicati dalle leggi regionali in materia e dalle norme tecniche sulla sicurezza dei cittadini. Mediamente del doppio, se non di più. In alcune strade di Latina, ad esempio, abbiamo registrato valori di luminosità di 160 Lux, pari a otto volte i livelli indicati dalla normativa”.

Di Sora è un fiume in piena. “Oltre alle conseguenze negative sul comportamento degli animali notturni – spiega – ci sono diversi studi che dimostrano i pericoli per la salute umana dell'eccesso di illuminazione pubblica».

Secondo una equipe di ricercatori israeliani e statunitensi, ad esempio, l'esposizione a livelli elevati di luce artificiale interferirebbe con la normale produzione di melatonina, favorendo addirittura l'insorgenza del cancro. “In alcune fabbriche si è visto che le lavoratrici dei turni di notte, che passano molte ore sotto la luce artificiale, sono più esposte al rischio di tumore al seno”.

Sul fronte della sicurezza, Di Sora è convinto che ci sia una rilevante ignoranza legislativa da parte delle amministrazioni, che affrontano il problema in modo molto demagogico, perché è più semplice installare dei nuovi lampioni che mettere i carabinieri per strada. Secondo il presidente,  non esisterebbe alcuna relazione tra la sicurezza delle strade e i livelli di luminosità. Anzi, informa che alcuni esperimenti dimostrano che in qualche caso si ottiene l'effetto contrario. Racconta che a Chicago, dove l'intensità di alcuni lampioni stradali è stata portata da 90 a 250 watt, è stato registrato un aumento dei crimini del 21% nelle aree maggiormente illuminate, segno che non è detto che intensificare la luce contribuisca ad aumentare la sicurezza.

C’è poi la questione della sicurezza stradale. Anche in questo caso Di Sora cita un esperimento condotto in Francia che ha fatto emergere come un aumento di luminosità renda gli automobilisti più sicuri, e quindi meno prudenti, tanto che nei tratti più illuminati aumentano sia la velocità media dei veicoli sia il numero degli incidenti stradali. “Diciotto regioni italiane (tutte tranne Calabria e Sicilia, ndr) hanno già varato le leggi regionali in materia di inquinamento luminoso, ma almeno per quanto riguarda i livelli di luminanza e il risparmio energetico i provvedimenti sono rimasti lettera morta – insiste Di Sora.

“Se si rispettassero i valori fissati dalla normativa di settore – continua – si risparmierebbero almeno 400-500 milioni di euro all'anno sulla spesa energetica complessiva. Nessuno chiede di oscurare i monumenti, ma solo di illuminarli in modo più razionale, diminuendo la luminosità come indicato dalla legge: se la luce sul Colosseo venisse abbassata del 30%, non credo che molti se ne accorgerebbero”.

Secondo Di Sora incide il peso delle lobby dell'elettricità. “Paghiamo il fatto che le multinazionali spingono verso la luce bianca perché hanno interessi economici da proteggere – accusa il presidente Uai. “Ricordo una massiccia campagna della Philips per convincere le amministrazioni a convertire la luce dei lampioni da gialla a bianca, che non ha portato ad alcun risultato se non la vendita di migliaia di lampadine”.

Neanche i Led, per il presidente, offrirebbero una soluzione efficace. “I diodi non sono ancora vantaggiosi, perché costano sette volte di più rispetto a un lampione tradizionale ma abbattono i consumi solo della metà, anche se per fortuna sta migliorando la temperatura del colore: la luce blu che emettevano all'inizio non solo è dannosa per la vista, ma crea anche problemi a piante e ad animali”.