Il prezzo dell’acqua

La siccità di questo mese di marzo, che è arrivata ad essere riportata dai principali mezzi di informazione, ripropone il problema di un uso adeguato delle risorse e quindi di adeguate politiche idriche.

La siccità di questo mese di marzo, che è arrivata ad essere riportata dai principali mezzi di informazione, ripropone il problema di un uso adeguato delle risorse e quindi di adeguate politiche idriche.

L’attuazione della Direttiva 2000/60/CE, la Direttiva quadro sulle acque, è al centro di queste politiche. E’ una Direttiva la cui applicazione appare in ritardo, e l’Italia è stata investita da una procedura d’infrazione comunitaria per questo.

La Direttiva, infatti, richiedeva e richiede che:

– entro il 2009 venisse definito un programma per il raggiungimento degli obiettivi ambientali fissati;

– entro il 2009 fossero predisposti i piani di gestione dei bacini idrografici;

– entro il 2010 venisse definita una politica dei prezzi che tenesse conto del principio del recupero dei costi dei servizi idrici, compresi i costi ambientali e relativi alle risorse;

– entro il 2012 vi fosse l’adozione di un programma di misure – base e supplementari – applicabile ai Distretti Idrografici identificati;

– entro il 2015 è previsto il raggiungimento degli gli obiettivi ambientali che contemplano la protezione, il miglioramento e il ripristino di tutti i corpi idrici superficiali al fine di raggiungere il buono stato delle acque.

Il prezzo dell’acqua è oggi il tema più urgente. La Direttiva in verità non prevede il recupero completo dei costi, ma lascia alle autorità locali stabilire quanto e come debba essere recuperato (cioè, quale percentuale dei costi imporrre a chi usa l’acqua, secondo il principio “chi inquina o comunque usa paga”, ma anche del riconoscimento che l’acqua non è una semplice merce da trattare a valore di mercato).

I principali erogatori di acqua ad uso irriguo sono, in Italia, i Consorzi di bonifica, che, comprensibilmente, non sono enti a scopo di lucro, e riscuotono solo un contributo dagli utenti. C’è chi si chiede se l’applicazione della Direttiva, che pone non soltanto il problema dei costi di servizio, ma dei costi ambientali, in gergo tecnico le “esternalità negative”, nel senso del consumo della risorsa acqua, della riduzione della portata dei corsi d’acqua interessati da captazioni, dell’inquinamento da pesticidi dell’acqua che defluisce dai campi, e così via, non debba portare ad un aumento dei costi dell’acqua per uso agricolo per compensare l’impatto ambientale.

Ma, d’altra parte, il mondo dell’agricoltura ricorda anche le “esternalità positive”: se c’è irrigazione, c’è mantenimento di un ciclo dell’acqua, che mantiene vitali le falde acquifere, c’è il mantenimento lungo il tempo della fertilità del terreno, anche quello continguo alle coltivazioni, che altrimenti andrebbe incontro a un ciclo di inaridimento, impoverimento ed erosione, c’è il mantenimento del paesaggio e delle colture tradizionali.

Tutti questi fattori vanno messi sull’altro piatto della bilancia, per rifiutare la concezione che il fabbisogno irriguo sia un semplice costo di sfruttamento del “bene comune” acqua, quasi un problema dei soli agricoltori che consumano acqua sulle spalle della collettività. Al contrario, l’irrigazione è qualcosa di molto diverso da un semplice consumo idrico, ma un’attività tanto essenziale, sin dalla notte dei tempi, da essere un fine in sé, e non solo un fine economico, per l’indispensabilità nella produzione di cibo, ma un fine morale e per così dire esistenziale per l’intera società.

L’irrigazione, senza dubbio, non è una semplice consumo da far pagare in bolletta all’agricoltore, ma un elemento strutturale dell’economia nazionale, della cultura e della storia, dell’ambiente così come si è modellato nei millenni, e ne va riconosciuta la necessità sociale oltre che economica, nel quadro delle politiche generali dei prezzi delle risorse idriche.