Il parere dell’economista Scacciavillani:“Il sottile fascino della fisiocrazia…”

ROMA – Una chiacchierata sulla fisiocrazia, tra il serio ed il faceto, con un illustre economista internazionale, l’italianissimo Fabio Scacciavillani.

Laurea alla Luiss di Roma, Ph.D. in economia all’università di Chicago, esperienze professionali in Confindustria a Roma, al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte fino al ruolo di executive director di Goldman Sachs, la nota banca d’investimenti americana da cui proviene anche Mario Draghi, neogovernatore di Bankitalia. Attualmente Scacciavillani è direttore per l’Italia di Oxford Economic Forecasting, uno dei leader mondiali nel campo degli studi economici.

– Dottor Scacciavillani, è avvertibile un certo “venticello fisiocratico” che soffia criticamente sullo scenario attuale, non certo esaltante, della nostra economia?“Gli echi della vis polemica fisiocratica rimbalzano in ambiti e contesti talvolta inaspettati. Prendiamo le cronache estive sui “furbetti del quartierino”. Ad un certo punto illustri polemisti, peraltro non disinteressati, si sono accapigliati a mezzo stampa e tv sull’annosa questione se fosse più nobile la produzione di scarpe (Della Valle) oppure la compravendita di immobili (Ricucci & Co.), il sudore della fronte oppure la speculazione finanziaria dai paradisi off-shore…”.

E che cosa ne avrebbero dedotto i fisiocratici?“Quesnay ed i suoi seguaci non avrebbero avuto dubbi: Ricucci, Consorte, Gnutti, Fiorani, Billé (e Fazio a fortiori in quanto burocrate e quindi ostacolatore dell’ordine naturale) avrebbero avuto un posto d’onore nell’empireo della “classe sterile”. Ma chissà se gli spiriti acuti dei fisiocratici avrebbero colto l’ironia dello spettacolo estivo: i post comunisti a rilasciare interviste in difesa degli immobiliaristi e il capitalista Della Valle a rivendicare la centralità della fabbrica. La chioma laccata di Montezemolo issata come stendardo della produzione industriale, quella vera, misurata in tonnellate e non in dati Auditel. La Storia accelera, rimescola le carte, a volte cambia i mazzi e qualcuno ha il sospetto che bari. Prendete il caso del signor B. Avrebbe mai immaginato Quesnay l’ascesa di un uomo al vertice della ricchezza economica, del potere politico e dell’influenza mediatica grazie alla televisione, quintessenza dell’immateriale e quindi della sterilità?”

Diventa quindi difficile, alla luce attuale, collocare con esattezza il pensiero fisiocratico?“Non proprio. Per spiegare in chiave moderna la visione fisiocratica potremmo ricorrere alla dicotomia tra software e hardware. Quesnay ed i suoi seguaci prediligevano l’hardware, il prodotto, il tangibile. Questa enfasi sulla quantità, due secoli dopo, ha una vaga reminiscenza di Gosplan, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano e sarebbe vagamente paradossale visto che i fisiocratici erano soprattutto dei liberisti”.

Cosa rimane, allora, della lezione fisiocratica, in un mondo che evolve verso il virtuale?“In primo luogo l’idea che ci sia un ordine naturale a guidare l’economia e quindi l’abolizione degli ostacoli all’iniziativa privata ed ai commerci. In secondo luogo il ruolo cruciale della proprietà privata nello stimolare i miglioramenti produttivi e nel garantire la sicurezza che il frutto dei propri sforzi non venga espropriato a vantaggio di altri. In terzo luogo l’importanza della natura, o, come si direbbe oggi, delle risorse ambientali”.

Dove il pensiero di Quesnay e compagni, due secoli dopo, mostra la sua debolezza?“La fallacia delle idee fisiocratiche riguardano l’enfasi sulla produzione dei beni fisici a discapito di quelli immateriali, quindi la predilezione per “la roba” di verghiana memoria e un disprezzo nemmeno tanto vago ad esempio verso il capitale umano, la ricerca, l’efficienza dei servizi, la rapidità dei trasporti, il commercio, ed i servizi in genere.

Tirando le somme?“Sui primi tre punti – l’abolizione degli ostacoli all’iniziativa privata ed ai commerci, il ruolo della proprietà privata e l’importanza delle risorse ambientali – la lezione fu e continua ad essere di enorme importanza, contribuì alla demolizione dell’eredità feudale in Europa e preparò il terreno politico al liberalismo economico. In tempi in cui ogni riunione del Wto, da Seattle in poi, è accompagnata puntualmente da manifestazioni di rigetto e scontri fisici tra dimostranti e forze dell’ordine, si capisce che l’assorbimento di quelle lezioni è tutt’altro che completo. Sul quarto punto – l’enfasi sulla produzione dei beni fisici – più di due secoli dopo cogliamo chiaramente l’ ingenuità. Era un errore, per l’epoca non era facile da intuire, tant’è che fu ripetuto nel secolo successivo da Marx, anche se nel frattempo ne avevano illustrato chiaramente la falsità i seguaci di Adam Smith e più tardi gli utilitaristi. Richiamando la metafora precedente, l’hardware senza il software rimane un costoso ma inutile assemblaggio di circuiti. Non è la quantità prodotta il fattore chiave, ma la desiderabilità del prodotto per il consumatore, o, come dicono gli economisti, la sua utilità. Insomma è inutile produrre, tanto per fare un esempio, burro che nessuno vuole mangiare. Una tonnellata di burro destinata a marcire nei magazzini dell’Unione europea non porta beneficio alcuno, mentre sarebbe più proficuo per la collettività – e per il reddito degli agricoltori – privilegiare l’agricoltura di qualità, la certificazione dell’origine, la genuinità del prodotto. Insomma le produzioni di massa al giorno d’oggi non portano ricchezza e per quanto protette dalle politiche agricole comunitarie hanno un futuro incerto. In un mondo dominato dalle multinazionali del cibo standardizzato, il settore agroalimentare italiano ha il potenziale per diventare una specie di Cartier del gusto. Se solo si smettesse di produrre per l’ammasso”.