Il Molise agreste nella pagine di Jovine

“Nevicò tre giorni e tre notti e Calena ascoltò il suo silenzio. Non arrivava un’automobile; non si udiva il trepestio di un cavallo. Al quarto giorno, Calena rimase senza posta, senza giornali. Per quarantotto ore al Circolo delle Professioni si sperò che succedesse l’avvenimento atteso. Il mondo fuori di Calena si muoveva, agiva, ribolliva, mentre Calena non ne sapeva nulla. Furono giornate febbrili. Ma la mattina seguente soffiò la tramontana e tornò il sole. La neve divenne di cristallo.

“Nevicò tre giorni e tre notti e Calena ascoltò il suo silenzio. Non arrivava un’automobile; non si udiva il trepestio di un cavallo. Al quarto giorno, Calena rimase senza posta, senza giornali. Per quarantotto ore al Circolo delle Professioni si sperò che succedesse l’avvenimento atteso. Il mondo fuori di Calena si muoveva, agiva, ribolliva, mentre Calena non ne sapeva nulla. Furono giornate febbrili. Ma la mattina seguente soffiò la tramontana e tornò il sole. La neve divenne di cristallo. Qualche giorno dopo arrivarono i giornali e i signori di Calena seppero che era finito l’anno 1921 e incominciava il 1922”.

E’ un brano del romanzo “Le terre del Sacramento”, terre che sono quelle di un feudo incolto della Chiesa, confiscate dal novello Stato dopo l’Unità, e rocambolescamente approdate in mano alla “Capra del Diavolo”, un possidente velleitario e impenitente giocatore.

Si tratta di uno dei romanzi più importanti del Novecento, che ora Donzelli ripubblica nella collana “Fiabe e storie” (260 pagine, 23 euro). I protagonisti del romanzo, ambientato nel “ruralissimo” Molise, sono Luca Marano – “un ragazzo di vent’anni, agile e aitante, di chioma nera e di fresco incarnato” – che si mette alla testa dei braccianti per rivendicare dapprima col lavoro e poi con l’occupazione il possesso di quelle terre, e Laura, la scaltra moglie del proprietario, che prima promette ai contadini un contratto di enfiteusi e poi li abbandona alla violenza degli squadristi.

Luca morirà proprio su quei campi maledetti, ma il suo coraggio e il suo esempio lasciano intravedere una possibilità di riscatto. Un romanzo coraggioso, socialista, figlio di quell’Italia del dopoguerra piena di speranze e di voglia di riscatto. Apparso postumo nel 1950, a pochi mesi dalla morte dell’autore, e subito insignito del Premio Viareggio, “Le terre del Sacramento” riscosse unanime consenso di critica e di pubblico.

Come in “Signora Ava”, l’altro grande romanzo di Jovine, pubblicato nel 1942 e ripubblicato da Donzelli due anni fa, la scena è il Mezzogiorno, con i suoi notabili accidiosi e inquieti, i cafoni miseri e sfruttati, e i preti divisi tra il privilegio e la paura. Ma questa volta il tempo non è più quello lirico-fiabesco, quasi mitologico, di “Signora Ava” – come osserva anche Francesco D’Episcopo nell’introduzione.

La miseria e le lotte per la terra non sono più quelle ataviche e immutabili d’impronta verista: le ultime pagine di Jovine trasudano lacrime e sangue, quelle del primo dopoguerra, segnato dall’avvento del fascismo e dai manganelli delle camicie nere. I vincitori, e soprattutto i vinti, restano gli stessi, ma qui lo sguardo del narratore coglie una realtà in movimento, in cui le battaglie e le sconfitte del momento possono essere preludio delle vittorie di domani.

In “Signora Ava”, viceversa, c’era il mondo intero in un romanzo magistrale. Peccato che il libro per anni è caduto nel dimenticatoio, specie negli ultimi vent’anni che hanno ingoiato tutto ciò che ci ricorda l’Italia che eravamo (a meno di un paio di eccellenti eccezioni come “Il Gattopardo” e “Cristo si è fermato ad Eboli”). Il mondo che Jovine ritrae è lo stesso di quei due capolavori, e di quel mondo il romanzo intreccia storie ed emozioni nuove – quelle di Pietro e Antonietta e del loro contrastatissimo amore – a vecchie credenze e leggende risalenti ai tempi mitici della “signora Ava”, dure a morire in una comunità contadina quale è il Molise, tra il 1859 e il 1860, alla vigilia dell’Unità d’Italia e della fine del regno borbonico.

Fatto sta che in questo mondo sospeso tra un presente immobile e un passato che non passa, tra le beghe di paese, il notabile, il curato, il maestro, il proprietario e il bracciante, ecco che a un tratto fa irruzione la “Storia” con i suoi protagonisti: Garibaldi; Vittorio Emanuele II, il re “straniero” che combatte contro Francesco II di Borbone; le truppe dei vincitori che compiono razzie e seminano morti; i gruppi sbandati dei vinti.

L’impatto è brusco, il pacato ritmo del paese ne esce sconvolto: molti giovani partono, il curato inneggia alla libertà, i notabili tremano per le sorti dei loro beni; Pietro, denunciato alla Guardia Nazionale, è costretto a fuggire nottetempo: suo malgrado imparerà a uccidere, rubare e saccheggiare, e finirà per scappare con la nobile Antonietta, coinvolgendola nella sua vita di brigante in fuga verso lo Stato pontificio.

Immobilismo e azione, folklore e storia, tradizione e futuro: quanti romanzi riescono a mescolare così tanti registri? Non a caso la critica ha evocato, a proposito di Jovine, il realismo magico di un García Márquez: per questa capacità di trasporre un pezzo vivido di realtà in un tempo sospeso tra il fantastico e il mitico. La scenografia è quel Molise oggi cresciuto troppo in fretta, pregno di ataviche mentalità ma spesso accecato da un estraneo consumismo che sta lacerando anche gli splendidi paesaggi di una terra antica, integra e genuina. Francesco Jovine nacque nel 1902 a Guardialfiera (Campobasso), paese di collina di quel Molise che degrada verso la costa adriatica. Lì lo scrittore trascorse l’infanzia a contatto con il mondo contadino e le sue condizioni di miseria. Conseguito il diploma di maestro elementare, insegnò per qualche anno nel suo paese e nel 1925 si trasferì a Roma, dove si laureò e divenne assistente di Giuseppe Lombardo Radice, avvicinandosi agli studi sul Mezzogiorno.

Nel 1941 tornò in Molise come inviato speciale del “Giornale d’Italia” e l’anno dopo darà alle stampe il romanzo che lo consacrerà scrittore di sicuro talento, “Signora Ava”. Nel 1943 aderì alla Resistenza, affiancando i militanti del Partito d’Azione e del Partito comunista. Tra il 1945 e il 1948 pubblicò varie opere teatrali e narrative. Morì a soli 48 anni nell’aprile del 1950 e solo due mesi dopo uscirà postumo il suo ultimo romanzo, “Le terre del Sacramento”, che oggi Donzelli rilancia perché nuove generazioni non dimentichino le radici.