I business mafiosi attraverso la filiera agricola

ROMA – Ha squarciato nuovamente il velo sulle infiltrazioni mafiose in agricoltura, il generale Antonio Girone, direttore della Dia, Direzione investigativa antimafia, struttura voluta dal giudice Giovanni Falcone, intervenendo all’audizione alla commissione Agricoltura della Camera sulla situazione del sistema agroalimentare, con particolare riferimento ai fenomeni di illegalità che incidono sul suo funzionamento e sul suo sviluppo.

ROMA – Ha squarciato nuovamente il velo sulle infiltrazioni mafiose in agricoltura, il generale Antonio Girone, direttore della Dia, Direzione investigativa antimafia, struttura voluta dal giudice Giovanni Falcone, intervenendo all’audizione alla commissione Agricoltura della Camera sulla situazione del sistema agroalimentare, con particolare riferimento ai fenomeni di illegalità che incidono sul suo funzionamento e sul suo sviluppo.

L’agricoltura rappresenta terreno “fertile” per mafia, camorra e ‘ndrangheta ed è per le organizzazioni criminali uno strumento di controllo del territorio, ha confermato il direttore della Direzione investigativa antimafia. “Mafia, camorra e ‘ndrangheta sono arrivate al punto di stringere accordi per il controllo del comparto su tutto il territorio nazionale – ha spiegato il generale dei carabinieri, descrivendo un quadro inquietante e sempre più drammatico. La criminalità organizzata, di fatto, controlla direttamente o indirettamente sia i grandi mercati ortofrutticoli, utilizzando i trasporti da e per tali mercati al fine di veicolare droga e armi da guerra, ma anche l’imprenditoria, acquistando aziende ed entrando direttamente nel comparto o imponendo il pizzo alle società estranee all’organizzazione. Fondi, la cittadina in provincia di Latina spesso al centro di attenzioni da parte delle organizzazioni criminali, è stata oggetto dell’operazione Sud Pontino: “I Casalesi – racconta il generale Girone – avevano imposto la loro presenza su questo mercato che è un vero polo strategico della distribuzione. A questo hanno aggiunto un controllo anche sulle regioni di provenienza delle merci”.

In che modo? “Con la costruzione di un cartello mafia-’ndrangheta-camorra”. Cartello che ha portato effetti paradossali: “Ad esempio, capita che pomodori pachino prodotti a Ragusa siano portati a Fondi, qui confezionati e rispediti a Ragusa per essere venduti”. Tenendo conto che in questo mercato i Casalesi “imponevano il pizzo su ogni merce”, l’effetto sui prezzi è facilmente intuibile. “Ci troviamo di fronte a ricarichi che variano dal 70% della filiera cortissima, dal produttore al consumatore, al 103% con un solo intermediario, al 300% con la filiera lunga. Il paradosso è che chi guadagna meno in questo sistema sono stati proprio i produttori”. Il direttore della Dia segnala che l’ingresso nei mercati è avvenuto prima con la costituzione di società per ottenere i finanziamenti pubblici, poi, con il tempo, imponendo il pizzo e i prezzi, in una sorta di monopolio criminale in cui ognuno ha proprie competenze.

“A Fondi le organizzazioni camorristiche si sono affiancate alle famiglie calabresi e alle cosche mafiose permettendo, ad esempio, che i casalesi potessero operare sul mercato di Gela grazie al coinvolgimento addirittura di appartenenti alla famiglia di Totò Riina – racconta il generale. Il fenomeno agevola chiaramente l’insorgere del lavoro nero, delle truffe ai danni dell’Inps e della Comunità europea. Ancora Girone: “Incide anche sulla tratta dei clandestini, che vengono sottoimpiegati in agricoltura dando origine al caporalato”. Il direttore della Dia concorda con i dati forniti dall’Istat che trovano riscontro nelle indagini condotte e che si riferiscono a un’incidenza in agricoltura del 40%. Un fenomeno dello sfruttamento della manodopera extracomunitaria che si è manifestato nell’area di Rosarno in Calabria.

Il fenomeno della criminalità organizzata, sempre secondo Girone, riguarda anche “la copertura di traffici di armi e droga”. Il business è immenso, per cui la criminalità organizzata ha tutto l’interesse a presidiare con la sua presenza questo comparto. I fatturati fanno capire il giro d’affari della criminalità organizzata: “Su un totale di 47,5 miliardi di fatturato l’anno, 7 miliardi appartengono all’illecito”. Non è quindi un caso se “a Palermo e a Trapani si è accertata la responsabilità di appartenenti alla famiglia di Salvatore Riina in alcune società che operavano illecitamente nel settore” e se il super latitante Matteo Massina Denaro “ha interessi diretti “sulla distribuzione anche attraverso il controllo di grandi supermercati”. La criminalità, imponendo la manodopera e il pizzo e controllando i trasporti, di fatto si garantisce il controllo del territorio. Secondo dati elaborati da un’organizzazione sindacale, la criminalità sottrarrebbe 7,5 miliardi di euro agli imprenditori agricoli attraverso furti di animali, di macchine, incendi, e per l’imposizione del pizzo. Ci sarebbero oltre 150 reati al giorno connessi al fenomeno agroalimentare. Tra i più frequenti si registra l’abigeato in tutte le regioni con maggiore incidenza del fenomeno mafioso, il danneggiamento e il furto di macchine e attrezzature agricole, oltre alla macellazione clandestina con un picco preoccupante in Puglia. La conseguenza è che i produttori guadagnano sempre di meno, mentre i prezzi per i consumatori arrivano ad aumentare fino a quattro volte. E di conseguenza si riducono i consumi