Genova: storie di pescatori a “Slow Fish”

GENOVA – Giovanni Martinotti e Francesco Aralda sono gli ultimi rappresentanti di una stirpe di pescatori alle porte di Casale Monferrato. Ma in realtà nel Po non pescano più da ormai trent’anni. E non certo per colpa del pesce siluro. “Nel Dopoguerra il fiume era magnanimo con la sua gente – raccontano. “A Terranova di Casale – frazione di Casale Monferrato – cinquanta famiglie vivevano grazie alle sue risorse. Oggi l’hanno avvelenato, l’hanno stretto in argini insoliti. È una vittima del progresso e del cambio dei gusti degli italiani, il mio Po”.

Giovanni, figlio e nipote di pescatori, si è fatto custode della tradizione del paese, e ancora ricorda perfettamente gesti e riti che, sul fiume, ha visto ripetere centinaia di volte quando da ragazzo usciva in barca con il padre e lo zio. Francesco, classe 1937 come Giovanni, è l’ultimo pescatore di Terranova, ha smesso di uscire in barca con le sue reti solo all’inizio degli anni Ottanta. Qui, in passato, di pesca si viveva bene, non ci si arricchiva, certo, ma il rapporto privilegiato con il fiume garantiva un reddito nettamente superiore a quello dei braccianti nei campi. Lo strumento principe per la cattura era il tramaglio, una tecnica con cui si portava a riva molto pesce: cavedani, barbi, carpe e, ogni tanto, anche qualche trota.

Per le anguille si faceva diversamente: si posavano nel fiume latte forate da dove, una volta entrati, questi animali troppo curiosi non riuscivano più a uscire. Ancora negli anni Sessanta il pesce era caricato su un camion in piena notte e trasportato a Torino per essere venduto al mercato di Porta Palazzo. Prima del pesce di fiume, è scomparso il suo mercato, perché si sono dissolte, più o meno contestualmente, sia l’offerta sia la domanda: l’ampia diffusione del pescato in arrivo dal mare ha stravolto i gusti degli abitanti della pianura padana, e nel contempo le varietà tradizionali sono quasi completamente scomparse dalle acque del Po. “Finché è stato rispettato, il fiume è stato magnanimo: offriva cibo, legname trasportato dalla corrente e buoni guadagni. Oggi rappresenta una tra le più illustri vittime del progresso”.

Le storia di Giovanni e Francesco faranno parte del ciclo “Incontri con il PescAutore-Granai della memoria”, di scena a “Slow Fish”, salone che avrà luogo dal 27 al 30 maggio alla Fiera di Genova, organizzato da Regione Liguria, Slow Food e Mareterra di Liguria – Fondazione Carige. L’evento, internazionale a cadenza biennale, giunto alla quinta edizione, è dedicato al mondo ittico e agli ecosistemi acquatici. Attraverso convegni, incontri, laboratori e degustazioni si affrontano temi legati alla produzione sostenibile di pesce e al consumo responsabile.

Oltre a “Il nostro Po: ricordi di pescatori”, che si svolgerà sabato 28 maggio dalle ore 17, gli “Incontri con il PescAutore – Granai della memoria”, spazio raccolto per una chiacchierata con i “vecchi” protagonisti del mondo della pesca e del mare, vedrà altri protagonisti. Venerdì 27 maggio, dalle ore 20, sarà di scena l’oceano. Titolo: “La buona Irlanda del mare”. I primi passi di Frank Fleming sono probabilmente stati su una barca. Un amore per il mare cresciuto fin da quando, ancora bambino, il padre portava lui e il fratello maggiore a pesca, nel mare davanti a Schull, contea di Cork, Sud dell’Irlanda. Quando suo fratello completa gli studi e si laurea in ingegneria, insieme decidono di comprare un peschereccio e fare della propria passione un mestiere. Frank ha solo vent’anni, ma le idee già chiare, conosce bene il mare e sa come rispettarlo, lavorando senza depredarne le risorse. Con gli anni però le difficoltà crescono, soprattutto per i pescatori di piccola scala come loro che devono competere con quantità industriali di pescato industriale in arrivo da tutto il mondo e confrontarsi con misure legislative (comunitarie e locali) restrittive.

Quattro anni fa Frank decide di dare il via a “Responsible Irish Fish”, iniziativa pensata per promuovere una pesca rispettosa dell’ambiente marino e nello stesso tempo sostenere l’economia locale. “Responsible Irish Fish” è anche una certificazione che garantisce trasparenza di filiera (tutto il pescato proviene da pescherecci irlandesi che catturano solo specie locali) e assicura il rispetto di quattordici criteri condivisi di sostenibilità che regolano tutte le pratiche di bordo. Frank è sicuro che pesca responsabile e salvaguardia dell’economia locale siano le scelte giuste per assicurare un futuro non solo all’ambiente, ma anche al suo mestiere: «Tutti i pescatori dovrebbero avere a cuore la tutela dell’ecosistema marino, altrimenti non c’è futuro. La crescente globalizzazione del mercato e l’impoverimento delle risorse ci hanno convinto ancor di più che è necessario distinguerci dalla pesca industriale con una certificazione che rispecchi il nostro modo di vivere e di lavorare. Una scommessa che abbiamo vinto: nonostante la nostra sia una giovane iniziativa, abbiamo avuto una risposta molto positiva dalla comunità, e tutto lascia ben sperare per il futuro. Spesso, acquistare materie prime locali prodotte con pratiche ragionate significa scegliere la migliore qualità sul mercato, e il vantaggio è doppio: per noi e per i consumatori».

Dopo il fiume e l’oceano, sarà la volta del mare. Appuntamento per domenica 29 maggio, dalle ore 17. “I pescatori della Tracia tra passato e futuro”, il titolo dell’evento. Terra di mito e mistero, contesa tra Europa e continente asiatico, all’estremità nord orientale della Grecia, la Tracia è una delle regioni più pescose del Paese. Non sorprende dunque che il mare sia stata la prima fonte di sussistenza per i Traci, da sempre conosciuti come esperti uomini di mare. È qui che vivono Georgios Zoidis e Stavros Kontos, due pescatori che a Slow Fish mettono a confronto le proprie esperienze. Stavros ha 64 anni e custodisce la conoscenza tradizionale degli anziani di Alessandropoli, cittadina sulla costa la cui identità è strettamente legata al mare. Georgios ha 16 anni, appartiene a una famiglia di pescatori da tre generazioni e ancora oggi segue gli insegnamenti paterni, pescando con piccole imbarcazioni e metodi tradizionali.