Fukushima, Barroso è pronto

Nel lontano 1986, furono latte e verdure a foglia larga. Che, detto così, non faceva molta paura, anzi un po’ ridere. Erano gli alimenti proibiti dopo Chernobyl, quelli dove si riteneva venissero ad annidarsi le particelle radioattive che la pioggia e il vento avevano trasportato dall’Ucraina fino all’Italia.

Oggi, l’Unione Europea si prepara a un giro di vite sui tetti massimi di radiazioni consentite sulle importazioni di cibo dal Giappone, come risulta da un vertice dei ministri della salute e da dichiarazioni del presidente della Commissione Ue Jose Barroso: “Abbiamo una normativa in vigore da dopo Chernobyl, basata sulle conoscenze scientifiche di quel momento”. Il che potrebbe anche voler dire che adesso che ne sappiamo di più, le misure per Chernobyl potrebbero non aver garantito la sicurezza e la salute degli europei. In ogni caso, la Ue alzerà, temporaneamente almeno, le soglie di rischio, pare perchè non ci si fida molto dei controlli giapponesi sui prodotti in uscita.

In Italia, si importa dal Giappone soprattutto salsa di soia, birra, derivati dal riso come il sakè, più una limitata quantità di prodotti tipici impiegati soprattutto nella ristorazione. I ristoranti giapponesi da noi comunque usano soprattutto materie prime italiane, la differenza è piuttosto nelle ricette e nelle preparazioni che nei materiali (il riso italiano non è identico al giapponese ma è largamente impiegato, e verdure e pesce di solito sono acquistati freschi). Se il flusso di prodotti alimentari giapponesi dovrebbe essere sotto controllo, qualche preoccupazione nel mondo della pesca viene per la previsione di un aumento della pressione dei pescherecci giapponesi sulle già scarse risorse ittiche pregiate del Mediterraneo: il tonno rosso mediterraneo, in particolare, suscita da sempre un interesse enorme negli importatori giapponesi, e dubbi e diffidenze sulla qualità del pesce oceanico potrebbero innescare speculazioni e spinte a eludere i già fragili controlli nei nostri porti. Un problema immediato per la salute pubblica non è quindi in vista.

Ma le notizie sullo iodio radioattivo rilevato in mare dinanzi al reattore numero 2 dell’impianto atomico di Fukushima, che risultava di 7,5 milioni di volte superiore al limite in una misurazione del 2 aprile scorso, apre uno scenario inquietante. Anche perchè il campione è stato prelevato prima che venisse deciso di sversare l’acqua radioattiva della centrale, alla ricerca della falla nell’involucro del reattore che non si riesce a trovare. Questa mossa, davvero disperata, e dalla disperazione giustificata, costituisce non solo una violazione di qualsiasi normativa, non solo un danno all’ecosistema dalle conseguenze oggi non prevedibili, ma anche una potenziale minaccia alla sicurezza delle nazioni vicine: la Corea del Sud ha già protestato ufficialmente.

La radioattività in circolo lungo le correnti oceaniche può arrivare ovunque e in nessun posto, per quanto ne sappiamo ad oggi, cioè nulla di nulla.