Devis, quel ragazzo friulano è contadino per scelta

Professione contadino. Oggi. Scelta ormai radicale. Controcorrente. Addirittura “coraggiosa”. Per tornare a vivere nella natura. Per stare meglio stando peggio. Per riscoprire il rapporto simbiotico tra uomo e ambiente. Per assaporare il sottile piacere della rinuncia.

Professione contadino. Oggi. Scelta ormai radicale. Controcorrente. Addirittura “coraggiosa”. Per tornare a vivere nella natura. Per stare meglio stando peggio. Per riscoprire il rapporto simbiotico tra uomo e ambiente. Per assaporare il sottile piacere della rinuncia. Fuori dal gruppo, dal consumismo, dalla frenesia, dall’intossicazione. E largo ad una forma di autosufficienza alimentare incentrata su uno stile di vita semplice, quasi ai limiti del primordiale. Totalmente ecosostenibile.

E’ l’ardua strada scelta da un giovane friulano. All’anagrafe Devis Bonanni, classe 1984. Il fruttuoso ma liturgico lavoro di programmatore gli stava stretto. Così ha detto basta. Al bando la monotonia dei circuiti elettrici, meglio l’impareggiabile spettacolo della terra. Con i semi che germinano e i piedi nudi sul sentiero per parlare con gli antenati. Dapprima un piccolo orto di famiglia, rivitalizzato a vent’anni. Tre anni dopo la sfida totale, il varo di un’esclusiva azienda agricola con un nome da monito: “Pecoranera”.

Ovvero uscito dal gregge per una nuova e solitaria dimensione di vita. Eremitaggio, anarchia, ma anche ipersensibilità. Tutto su mille e cinquecento metri quadrati ereditati da nonno Lorenzo. Poi altri duemiladuecento acquistati per settemila euro. Più altri coltivati in concessione dai paesani. Sono trascorsi cinque anni da allora. Non senza difficoltà. Il freddo della Carnia, la moria degli animali, l’affronto del cervo. La calistegia e le altre piante infestanti. I capricci della serra, il cuore palpitante di un’esistenza speciale. La farina di mais, i fagioli, le patate, le zucche, tutti prodotti da sudore vero. Le frittatone per cena, le patate bollite, l’insalata di radicchio.

Ma anche i pomodori, le verdure fresche, le melanzane, le uova prodotte da cinque galline, preziosità biologiche vendute come eccedenze. La casetta di legno. Il pannello fotovoltaico. La solitudine. Le disavventure. Le incomprensioni. Una vita non facile. Ma Denis ha ancora le mani sporche di terra. Anzi, le ha fatte imbrattare anche a qualche compagno d’avventura. E ha voglia di raccontare la sua esperienza.

Prima in un blog (www.progettopecoranera.it). Poi in un libro di successo, “Pecoranera”, edito da Marsilio. Per tre giorni la sua originale storia è stata tra le più lette sul sito del Corriere della Sera. “L’allevatore è da sempre un tipo strano – si legge a pagina 87 del libro. “Si possono notare certi personaggi che scorazzano per il contado a bordo dei propri trattori e affermare, con certezza matematica: quello ha delle vacche che lo aspettano da qualche parte. Non è una questione di silhouette, solitamente generosa, né dell’immancabile salopette verde marchiata mangificio tal dei tali. E’ piuttosto l’insieme di elementi invisibili a informarci che, senza ombra di dubbio, ci troviamo di fronte un allevatore. Nonostante ortolani e bovari calchino immancabilmente il medesimo territorio c’è una bella differenza tra le due categorie, e questi si fanno beffe delle storture degli altri, come gli altri delle loro. Io sono un contadino, nella figura – spero – così come sotto le unghie, dove potete trovare la terra sufficiente per crescere una pianta di pomodoro”.

Devis si dice felice, racconta di aver trovato un equilibrio. Ricorda come, alzandosi ogni mattina, sa di essere libero di decidere cosa fare e cosa no. L’abbiamo raggiunto per saperne di più. Specie in un periodo ossessivamente contrassegnato dalla parola “crisi”. Dove la scelta di Devis è soprattutto un ammonimento.

Allora, giovane eroe, l’esilio può essere una risposta al momento che stiamo vivendo o è comunque una sconfitta? “L'esilio, più spirituale che sociale o fisico, è una conseguenza del navigare controcorrente – ci risponde il biondissimo friulano. “A modo mio sto interpretando necessità emergenti della nostra società, dal contatto con la Natura ad un benessere non più strettamente legato all'avere. La mia peculiarità sta nel fatto di aver messo insieme tanti aspetti del ‘cambiamento’ e di averlo vissuto in prima persona con una spolverata di poesia. Ma conosco molte altre persone che, come me, stanno apprezzando gli aspetti di un futuro che in questo presente ha il sapore di marginalità”. E come ci si pone di fronte alla “decrescita felice”? In fondo il libro “Pecoranera” è un trattato sul piacere della rinuncia… “La rinuncia è stimolante nel senso che mi ha spinto a ristrutturare le mie abitudini. Un caso esemplificativo è stato l'abbandono all'auto in favore della bicicletta e dei mezzi pubblici. Senza un motore sotto il sedere si va più lenti e si arriva meno lontano ma questo ci permette di rivalutare ciò che sta vicino, di riflettere sulle mete e la loro importanza, di spostarci con maggiore intelligenza. Certo, se la rinuncia e la decrescita sono di pochi, si finirà per essere discriminati da una realtà che viaggia ad altre velocità, ma se abbiamo visto giusto sarà più facile cambiare per scelta che per necessità”. E il futuro complessivo dell'agricoltura italiana? Quali dovrebbero essere le strade da percorrere? “La mia è una risposta da profano dell'agricoltura professionale. A mio parere, gran parte delle storture della nostra filiera alimentare sono conseguenza della distanza tra chi produce il cibo e chi lo consuma. In mezzo ci sta di tutto, dal lucro alla mistificazione alimentare. Dobbiamo riuscire ad accorciare la filiera, le persone devono sapere dove e come viene prodotto il cibo. Un ottimo esempio sono i Gas, i gruppi d’acquisto. Se ciò non è possibile nelle grandi città, realizziamolo almeno nei piccoli centri. Il secondo punto, strettamente correlato, è la tradizione alimentare che è sempre stata legata al mondo agricolo circostante. Se nessuno mangia più la polenta, se i giovani non sanno che si fa con la farina di mais e non con quella di frumento, come potrò pensare di coltivare un prodotto sano e legato al territorio? L'agricoltura non è un settore come gli altri e proteggerlo da contaminazioni internazionali non dev'essere un tabù. Il mio sogno è però un altro: che la gente scelga di mangiare locale per intelligenza, cultura e sensibilità”. La sfida di Devis: vivere altrimenti è possibile.