Cronache agrarie dell’Ottocento, tra Jacini e Zanardelli

Le celebrazioni per i 150 anni dall’unità d’Italia hanno rappresentato l’occasione non solo per interrogarsi e rilanciare i temi fondativi del nostro Stato, anche con qualche punta retorica, ma anche, in molti casi, per portare alla luce contraddizioni e pagine amare del nostro Ottocento.

Le celebrazioni per i 150 anni dall’unità d’Italia hanno rappresentato l’occasione non solo per interrogarsi e rilanciare i temi fondativi del nostro Stato, anche con qualche punta retorica, ma anche, in molti casi, per portare alla luce contraddizioni e pagine amare del nostro Ottocento.

Soprattutto in un terreno di contrapposizione tra Nord e Sud che va da piani più culturalmente stimolanti, fatti di analisi storiche e disquisizioni sociologiche, fino alle più basse e consumate diatribe politiche in salsa localista. Su quest’ultimo fronte, ad esempio, nel nostro Mezzogiorno si sta perfino registrando un risveglio di movimenti neoborbonici, anche come risposta allo strapotere leghista al Nord, spesso accompagnato da atti plateali di anti-italianità. Certamente più interessante il rifiorire di una pubblicistica attenta ai temi identitari. Non manca, in tal senso, la pubblicazione di libri che svelano angherie subite dal popolo meridionale dopo l’Unità d’Italia: si pensi al fortunato “Terroni” di Pino Aprile, che percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra sulla facciata del trionfalismo nazionalistico.

Altri titoli calcano ancora di più la mano con analisi decisamente derisorie di un certo patriottismo. In molti casi, come reazione alla retorica, si dà fondo a vecchi luoghi comuni sul campionario dei difetti atavici, umani e politici, del nostro popolo. Di certo la rinata attenzione per l’Ottocento ha riproposto una verità storica inconfutabile: la prima fase unitaria non ha garantito una sia pur minima attenzione per il nostro Mezzogiorno. Un’intera area del Paese risultava afflitta soprattutto dalla mancanza di infrastrutture: l’assenza di strade moderne e di ferrovie era causa di isolamento invernale per numerosi centri di montagna.

L’agricoltura – primaria fonte di sussistenza – era penalizzata, tra l’altro, dal latifondo, dal dissesto idrogeologico e dalla mancanza di acqua. La vendita di beni ecclesiastici aveva finito per rafforzare il latifondo, arricchendo i proprietari terrieri. L’artigianato risultava povero di innovazione e di investimenti, mentre le poche industrie subirono addirittura la spoliazione da parte della politica e degli interessi del Nord.

A ciò si aggiungevano la depressione economica, l’usura, l’insufficienza di scuole ed ospedali, le condizioni igieniche delle popolazioni, la diffusa denutrizione, la diffusione della malaria. Non mancarono vendite di figli per far fronte a situazioni disperate. Le conseguenze di tali condizioni furono, in una prima fase, il brigantaggio (represso nel sangue) e soprattutto l’emigrazione, che dissanguò intere regioni. Se nel Settentrione i governi postunitari si preoccuparono d’imporre il primato di una politica determinata, forte, accentatrice e rigorosa sulla società civile, promuovendo modernità e principi liberali acquisiti dalle dominazioni straniere, nel Sud regnarono cattive abitudini, illegabilità e compromessi, nell’assoluto mantenimento degli stati di fatto e nell’inviolabilità del latifondo. Uno status di cui continuiamo a pagare le conseguenze.

Una colossale latitanza si registrò innanzitutto in quegli strumenti indispensabili per leggere la realtà dell’Italia appena unificata: furono in sostanza insufficienti le analisi e le indagini statistiche sul nostro Mezzogiorno, nonché le inchieste parlamentari e governative. E’ vero che nell’ottobre 1861 venne costituita presso il ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio una divisione di statistica, guidata da Pietro Maestri, con l’obiettivo di raccogliere dati. Ma mancarono adeguati finanziamenti. Ad esempio, i fondi richiesti dal ministero per la realizzazione del primo censimento furono dimezzati dal Parlamento.

E addirittura nel 1891 le ristrettezze di bilancio impedirono lo svolgimento del censimento decennale, proprio nella fase della più rilevante emigrazione. Non stupisce, in tale quadro, che il primo viaggio di un presidente del Consiglio nel Sud Italia avvenne addirittura oltre quarant’anni dopo l’Unità d’Italia. Un ritardo enorme, una ferita aperta. A compierlo, nel settembre 1902, fu il bresciano Giuseppe Zanardelli. Aveva 76 anni. Era il più progressista tra i liberali. Colui che abolì la pena di morte in Italia. E che addirittura propose una legge sul divorzio. Ma anche uno dei tanti trasformisti, un massone passato da posizioni mazziniane e di sinistra alla destra postunitaria. Pochi mesi prima di quel viaggio, nell’ambito della relazione conclusiva della commissione Saredo sull’amministrazione pubblica napoletana, l’anziano primo ministro affermò con linguaggio dell’epoca: “La prosperità non solo, ma la potenza, la grandezza, la gloria sono riposte nell'armonia, nella coesione dei sentimenti di un popolo, nella riunione di varie regioni di una nazione, nella solidarietà intimamente sentita dei propri destini. Questi sentimenti di solidarietà, questa unità morale delle varie regioni d'Italia, furono i felici fattori della nazionale risurrezione. Occorre continuare quest'opera di unità morale, di fraterna cooperazione. Quella stessa emula gara di sacrifici per la quale l'Italia poté divenire libera ed una, valga a dare ad essa floridezza e potenza, a renderla degna del suo passato, degna del posto che il suo genio, il suo cielo e la virtù del suo popolo le assegnano fra le nazioni".

Ma a determinare il viaggio, di fatto, fu l’opposizione. Lo storico socialista Ettore Ciccotti, eletto deputato a Napoli, denunciò a più riprese le drammatiche condizioni sociali, economiche, igieniche e sanitarie del Mezzogiorno e in particolare della Basilicata, sua regione d’origine. Nel 1902 fu promotore di un’interpellanza alla Camera sui gravi incidenti verificatisi a Matera in occasione di manifestazioni contadine. Altri deputati lucani, come Michele Torraca e Pietro Lacava, per quanto filogovernativi, non poterono esimersi dall’offrire il proprio contributo nel clima di denuncia della “questione meridionale”, intervenendo in particolare sul programma del governo in materia di lavori pubblici. Il problema vero era rappresentato dall’assoluta “non conoscenza” del nostro Meridione da parte dei politici del Nord, quelli che di fatto dominavano la scena. Roma, in fondo, già rappresentava una sorta di Sud.

L’annuncio del viaggio in Basilicata da parte di Zanardelli incarnò quindi il ruolo di un evento storico. Scatenando, ad esempio, un centinaio di richieste da parte di organismi lucani, in prima fila le amministrazioni comunali, per ospitare il primo ministro al fine di illustrare “sul campo” i problemi. Zanardelli si recava in una regione dove a votare era meno del 5% della popolazione complessiva, cioè i cittadini maschi alfabeti. Racconta lo storico Roberto Poggi: “Gli artigiani ed i contadini del sodalizio democratico di Montescaglioso invocavano misure per ‘combattere l'apatia e l'ignoranza dello sconfortato agricoltore che par che rinunzia alla speranza di un avvenire migliore’. Gli impiegati di Potenza lamentavano l'assenza di scuole superiori per garantire ai propri figli un futuro professionale. Una petizione sottoscritta da 555 lavoratori potentini pregava Sua Eccellenza Zanardelli di anteporre alla costruzione di strade e di edifici pubblici, invocata dai notabili come panacea di tutti i mali economici della Basilicata, lo sviluppo dell'agricoltura e l'equità fiscale: ‘Che ci può importare della costruzione delle strade, quando i prodotti da esportare mancano, quando l'Esattore viene a sequestrare perfino la pelle che ricopre il nostro corpo?’.

I veri bisogni del popolo potevano essere compresi soltanto allungando lo sguardo oltre le cerimonie ufficiali, i banchetti, i fuochi d'artificio e le parate: ‘Venga l’Eccellenza Vostra, venga nelle nostre case, e vedrà lo stato miserevole in cui siamo, vedrà che non vita di uomini, ma quasi di bestie meniamo, vedrà la miseria grande, la pazienza, più grande ancora della miseria’. Gruppi di muratori e falegnami rimasti senza stipendio a causa del mancato completamento della caserma Basilicata nel rione Santa Maria di Potenza imploravano con l’approssimarsi della stagione invernale una ripresa dei lavori per tornare a sperare di poter sfamare i loro figli”.

Zanardelli confermò anche in quel viaggio la sua fama di galantuomo. A Lagonegro, rompendo il protocollo ufficiale, “ricevette liberamente tutti i cittadini di qualunque condizione che avessero chiesto udienza”. Di ogni colloquio prese nota per iscritto. Tornato a Roma, continuò a ricevere delegazioni dalla Basilicata, intervenendo personalmente per la risoluzione di problemi (come nel caso dei danni procurati dal maltempo ad Acerenza).

La trasferta lucana di Zanardelli consentì che nel 1904 venisse approvata una legge speciale per la Basilicata. Ma, come evidenzia l’avvocato Michele Porcari, sindaco di Matera dal 2002 al 2007, a proposito delle documentazioni fotografiche della visita di Zanardelli nella pianura del Metapontino, “alcune di quelle emergenze sono rimaste; è rimasta in realtà irrisolta la questione meridionale”. In effetti è la stessa politica, paradossalmente, a non essere cambiata molto da allora. La maggior parte dei parlamentari limitava i propri interessi al collegio elettorale di riferimento. Le campagne elettorali si svolgevano per lo più attraverso notabili locali. Il clientelismo era prassi abituale soprattutto nel Mezzogiorno.

Le relazioni dei prefetti potevano al massimo interessare il parlamentare di zona. Il trasformismo era prassi diffusa, così come lo scarso interesse per il bene comune e pubblico. In particolare l’agricoltura, principale riserva economica dell’Italia postunitaria (forniva allo Stato la maggior parte del reddito nazionale) e unica fonte di reddito per la maggioranza della popolazione, non ricevette dagli amministratori quelle attenzioni che avrebbe meritato. Addirittura nel 1877, il terzo governo Depretis arrivò ad abolire il ministero di Agricoltura, industria e commercio, distribuendone le competenze ai ministeri degli Interni e della Pubblica istruzione (ma già sei mesi dopo si dovettero fare passi indietro).

La situazione di profonda arretratezza, disagio e abbandono pubblico del mondo agricolo italiano emerse anche dall’unica approfondita indagine sulla realtà rurale (decretata con la legge del 15 marzo 1877), condotta tra il 1877 ed il 1884 sotto la guida del senatore, economista e ricchissimo proprietario terriero Stefano Jacini, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul tema (mentre un’analoga inchiesta sull’industria fu realizzata molto prima, tra il 1870 ed il 1873).

Il cremonese Jacini, ottimo organizzatore e acuto analista, aveva già effettuato indagini sulle condizioni economiche della Valtellina e sulle condizioni generali di Lombardia e Veneto negli anni Cinquanta dell’Ottocento (“La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia” è del 1856).

Il senatore – come economista e come proprietario terriero era un ottimo conoscitore della materia – auspicava innanzitutto un consistente impegno finanziario pubblico a favore del settore agricolo. Per la sua crescita indicava il modello lombardo (e inglese) di sviluppo, quindi produttivistico, fondato sull’integrazione di industria e di agricoltura in ottica liberale. Inoltre propugnava una maggiore diffusione della coltura intensiva rispetto a quella estensiva, nonché sgravi fiscali per l’agricoltura a fronte della riduzione delle spese militari.

Pur essendo liberista, auspicava un leggero protezionismo doganale per la produzione nazionale a fronte della crescente concorrenza soprattutto d’oltreoceano. Una visione certamente qualificata, acuta, solida e, per alcuni aspetti, lungimirante. Ma mancò di ampi confronti e di aprire un vasto dibattito capace di coinvolgere i gruppi sociali (si registrarono per lo più reazioni intellettuali, come quelle di Bertani e Depretis). “L’inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola”, pubblicata nell’estate 1884 in quindici volumi divisi per regioni (catalogazione voluta dallo stesso Jacini, mentre Bertani, vicepresidente della Giunta, proponeva una divisione per argomenti), resta comunque un’opera fondamentale per la conoscenza del mondo agricolo italiano. Traccia un quadro della proprietà fondiaria, delle colture, dei metodi di coltivazione, delle condizioni di vita dei contadini.

Denuncia la differenza delle condizioni ambientali e produttive a seconda delle aree geografiche. Delinea culture, pratiche, consuetudini e usi diversi. Racconta zone caratterizzate da spirito imprenditoriale, disponibilità di capitali, coltivazioni intensive, utilizzo di fertilizzanti e di macchine agricole; e di altre con ampie estensioni incolte o poco produttive, metodi arcaici di coltivazione, diffusa povertà.

Il metodo di lavoro della commissione Jacini favorì la divisione per circoscrizioni, assegnate a commissari con un questionario-guida, che servì molto proprio per denunciare le differenze. Mentre un concorso con riconoscimenti in denaro per i migliori studi monografici garantì una grande quantità di ulteriori materiali ancora oggi molto utili. Dal lavoro di Jacini, emerse come i governi postunitari succedutisi alla guida del Paese per venticinque anni non avessero destinato all’economia primaria neanche una minima parte dei proventi che questa aveva offerto allo Stato, distribuiti invece a ministeri come la Marina, i Lavori pubblici e la Guerra.

E se l’agricoltura non aveva ricevuto non solo capitali ma neanche gli stimoli e gli incentivi ad un suo sviluppo – come relazionò Jacini nel 1885 – non ci si doveva sorprendere se, dopo così lunga indifferenza, la crisi degli anni Ottanta emergeva in tutta la sua gravità (causa soprattutto la concorrenza del grano americano), con le ripercussioni di carattere non solo economico ma anche sociale che erano ormai sotto gli occhi di tutti. Una lettura, paradossalmente, moderna. Anzi, sempre più attuale in periodi di crisi.