Criminalità: sequestrata azienda calabrese dedita alla coltivazione di agrumi

Non si arresta l'azione di contrasto ai patrimoni illecitamente accumulati disposta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. I finanzieri del nucleo di Polizia tributaria di Reggio Calabria, appartenenti al G.I.C.O., unitamente allo S.C.I.C.O.

Non si arresta l'azione di contrasto ai patrimoni illecitamente accumulati disposta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. I finanzieri del nucleo di Polizia tributaria di Reggio Calabria, appartenenti al G.I.C.O., unitamente allo S.C.I.C.O. di Roma, hanno eseguito il decreto di sequestro, emesso dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione, dell'intero patrimonio aziendale di una ditta agricola riconducibile al figlio del boss della cosca di Rosarno (Reggio Calabria).

L'impresa vanta la disponibilità di circa 15 terreni, siti nei comuni di Rosarno e Candidoni (Reggio Calabria) e Nicotera (Vibo Valentia), attraverso i quali ha ottenuto diversi contributi pubblici. I sequestri – richiesti dal procuratore aggiunto e dal sostituto procuratore sono l'ennesima e diretta conseguenza della "storica" sentenza pronunciata il 20 settembre 2011 dal Tribunale di Reggio Calabria nei confronti della famigerata cosca di ‘ndrangheta operativa nella Piana di Gioia Tauro, con importanti propaggini in tutto il Nord Italia e, in particolare, in Lombardia. Il 21 e il 29 aprile, il 5 maggio e il 13 ottobre 2011, Guardia di Finanza e Carabinieri, diretti dalla locale Direzione distrettuale antimafia, dopo gli arresti del 2010 nell'ambito delle operazioni "All Inside 1 e 2", avevano già inferto un durissimo colpo alla cosca sottraendogli importanti attività commerciali (operanti in un regime pressoché monopolistico) beni immobili, beni mobili e disponibilità finanziarie, per circa 210 milioni di Euro, che formavano l'illecito "impero economico" della cosca – Operazione "All Clean".

Il giudizio pronunciato con rito abbreviato dal Tribunale di Reggio Calabria nei confronti di 13 accoscati, a settembre 2011, ha lanciato un ulteriore importantissimo segnale della reazione della società civile alle proditorie minacce della criminalità organizzata in Calabria. Nell'ambito del dispositivo, infatti, oltre alle pesantissime condanne personali, il giudice ha posato una vera e propria pietra miliare nella storia del contrasto alla criminalità organizzata, condannando gli imputati anche al pagamento di una somma di 50 milioni di euro a titolo di risarcimento per i cittadini del comune di Rosarno vittime, per decenni, delle angherie e dell'arrogante prepotenza della cosca.

Il nuovo provvedimento di sequestro riguarda un'impresa esercente, l'attività di "coltivazione di agrumi" ed il relativo patrimonio aziendale, comprensivo di titoli ceduti da un soggetto all'altro. In particolare, l'attività d'indagine ha dimostrato come un individuo abbia fraudolentemente trasferito i crediti vantati nei confronti dell'Agenzia per le erogazioni in agricoltura alla ditta agricola del figlio, spogliando – in tal modo – l'impresa agricola di una cospicua parte del patrimonio aziendale, allo scopo di sottrarre all'aggressione da parte dello Stato, i diritti di credito derivanti dal possesso di titoli oggetto, pertanto, del sequestro odierno. Il soggetto, resosi irreperibile al fermo di indiziato di delitto emesso in data 28 aprile 2010, poi catturato il 22 luglio 2012, era particolarmente attivo nel settore dei trasporti (imposizione dei mezzi di trasporto e attraverso cui una società. svolgeva le attività di logistica) e della distribuzione, al punto da causare uno scontro in seno al clan tra il cognato – interprete più autentico della ‘ndrangheta tradizionale, quella dal volto più violento e parassitario, capace di azioni immediate ed eclatanti, tant'è che egli stesso (in un colloquio ambientale intercettato in carcere) arrivò a dichiarare "Io sono sempre uno ‘ndranghetista … Io sono stato sempre uno sgarrista … E ho campato sempre di sgarro" – ed il giovane rampollo del casato, già assicurato alle patrie galere.

L'operazione dimostra, ancora una volta, come la ricchezza illecita generata dalle mafie venga – sempre più – reinvestita nell'economia legale, al fine di fornire alla stessa un abito pulito e nuovo, ma soprattutto non sempre aggredibile, grazie alle abili manovre di schermatura poste in essere. Con la continua aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati dal clan, prosegue il cammino di riappropriazione del territorio calabrese da parte dello Stato e Rosarno, giorno dopo giorno, strada dopo strada, diventa sempre un po' più libera.