Comitati contro l’Enel: “modello energetico incurante delle comunità locali”

Un’enorme diga gonfiabile e una folta delegazione di rappresentanti di comunità italiane e straniere impattate dai progetti dell’Enel hanno accolto nei giorni scorsi gli azionisti della compagnia giunti presso la sede di viale Margherita, a Roma, per il loro incontro annuale.

Un’enorme diga gonfiabile e una folta delegazione di rappresentanti di comunità italiane e straniere impattate dai progetti dell’Enel hanno accolto nei giorni scorsi gli azionisti della compagnia giunti presso la sede di viale Margherita, a Roma, per il loro incontro annuale.

L’assemblea degli azionisti della principale azienda energetica del nostro Paese è quindi coincisa con il lancio della campagna “Stop Enel, per un nuovo modello energetico”, cui hanno già aderito oltre sessanta realtà italiane e internazionali. Due rappresentanti delle campagne italiane e internazionali hanno poi preso la parola durante l’assemblea per portare a conoscenza degli azionisti tutti i conflitti socio-ambientali attualmente esistenti al mondo causati da progetti targati Enel, direttamente o tramite le sue controllate.

Oggi l’Enel, per il 31 per cento ancora di proprietà statale, è attiva nel settore dell’energia elettrica e del gas in 40 Paesi. Con l’acquisizione della spagnola Endesa nel 2009, ha ereditato diversi impianti e progetti in varie località dell’America Latina. Per esempio in Cile, in Guatemala e in Colombia, Paesi da cui sono arrivati esponenti delle comunità locali per chiedere uno stop alle opere in fase di realizzazione, come le dighe nella Patagonia cilena e nei territori mapuche, e delle giuste compensazioni per quelle già in fase di completamento come El Quimbo (Colombia) e Palo Viejo (Guatemala).

L’Enel, ricorda il “cartello” di associazioni, è sinonimo anche di carbone, sia all’interno del nostro territorio nazionale sia in Europa dell’Est. Sono anni che i “No Coke” di Civitavecchia e Porto Tolle denunciano gli impatti possibili e quelli già riscontrati delle centrali attive o in fase di riconversione. Ma anche a Porto Romano (Albania) e Galati (Romania) i pericoli di un modello energetico molto criticato trova oppositori nelle comunità locali.

Terminologie come “carbone pulito” e lo sfruttamento al meglio dei cosiddetti “meccanismi flessibili” del Protocollo di Kyoto, che consentono alle imprese di continuare ad inquinare, assegnando veri e propri permessi di emissione in cambio della costruzione di impianti di energie rinnovabili, sono le accuse più frequenti rivolte ad alcune multinazionali dell’energia.

Anche gli impianti geotermici suscitano proteste, come evidenziano gli esponenti di “Sos Geotermia Monte Amiata”. La neonata campagna ritiene che l’Enel sia “responsabile di promuovere in Italia ed esportare all’estero un modello energetico insostenibile e obsoleto, basato su una produzione centralizzata per mezzo di grandi impianti, imposti alle comunità locali e velati da compensazioni economiche elargite ai comuni o ai governi compiacenti. Operando in questo modo non si migliora la qualità della vita dei cittadini, ma si incentiva l’industria estrattiva e un’economia basata sullo sfruttamento illimitato delle risorse”.

Per informazioni: maricadipierri@asud.net.