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Vandana Shiva s’interroga sul futuro per cibo e agricoltura

26/10/2015 | Visioni
L’economista indiana indica un'altra strada per la sicurezza alimentare: l’agroecologia.

“Durante l'ultimo mezzo secolo, i sistemi agricoli e alimentari si sono persi per strada, nel buio e nella nebbia creati dalle multinazionali che hanno inventato prodotti chimici destinati alle guerre facendoci credere, attraverso i miti e la propaganda finanziata da loro stesse, che veleni e sostanze chimiche di sintesi sono necessari per nutrire il mondo”. E’ quanto scrive l’economista Vandana Shiva nel suo ultimo blog su “Huffington Post”. “Così l'industria ha cercato di garantirsi nuove fonti di profitto anche a guerra terminata. Per le persone e per il pianeta i costi sono stati tragicamente alti – continua la Shiva. “Abbiamo perso il 75 per cento della biodiversità, il suolo, l'acqua e la terra sono stati distrutti, il clima destabilizzato, gli agricoltori sradicati, e invece di nutrire il mondo, il sistema alimentare industriale è diventato la principale causa di malattie e di problemi di salute. A fronte di tutto questo, il sistema alimentare industriale produce solo il 30 per cento del cibo consumato dalla popolazione mondiale. Se continuiamo su questa strada avremo un pianeta devastato e senza il cibo di cui abbiamo bisogno. Non possiamo mangiare la propaganda. Ci nutriamo attraverso il suolo, beviamo l'acqua, mangiamo la biodiversità. E quando queste risorse vitali saranno distrutte, avremo perso completamente la nostra sicurezza alimentare”.

L’economista indiana indica un'altra strada per la sicurezza alimentare: l’agroecologia. “È attraverso questa strada che le piccole aziende agricole producono ancora il 70 per cento del cibo, nonostante un secolo di guerra contro di loro – incalza la Shiva. “È la strada che rigenera continuamente il suolo, la biodiversità e l'acqua, che stabilizza il clima, che produce salute e benessere. Ed è la strada principale se consideriamo che i piccoli agricoltori sono la maggior parte della popolazione mondiale e che le piccole aziende producono la maggior parte del cibo che mangiamo rafforzando le economie locali a vantaggio di tutta la comunità invece di sfruttare la natura e le persone per estrarre profitti a vantaggio di pochi. È la strada meno percorsa solo dal paradigma dominante e dalla fantasia creata dalle multinazionali per vendere i loro veleni e gli Ogm brevettati. In realtà la buona agricoltura, che produce il buon cibo, si basa sulla cura del suolo, sull'intensificazione della biodiversità e sui processi ecologici. Un modello industriale di produzione di cibo non è né efficiente né sostenibile. Non è efficiente perché utilizza input energetici, la maggior parte dei quali legati ai combustibili fossili, dieci volte il cibo prodotto. Questo sistema inefficace e inefficiente sta distruggendo gli ecosistemi del pianeta e il lavoro creativo, significativo e dignitoso degli agricoltori. Questo è il motivo per cui non è sostenibile. Consuma le fondamenta ecologiche dell'agricoltura”.

L’economista denuncia le multinazionali anche per i tentativi di influenzare il pensiero riguardo al futuro del cibo e dell'agricoltura con nuove definizioni propagandistiche per mantenere l'agricoltura “dipendente dalle loro sostanze chimiche, tossiche e cancerogene”. Ogni sistema agricolo che distrugga i suoli fertili non è sostenibile perché la fertilità del suolo è alla base dell'agricoltura, è il pensiero dell’economista, punto di riferimento dei movimenti contro la globalizzazione.

La Shiva va oltre, ricordando che soltanto il 10 per cento del mais e della soia sono utilizzati direttamente per l'alimentazione umana, mentre le multinazionali sono sempre più impegnate a produrre materie prime destinate a biocarburanti e alimenti per animali. A ciò bisogna aggiungere che i costi dei fattori di produzione, come i fertilizzanti, i pesticidi, gli erbicidi, gli Ogm e i semi non riproducibili, sono dieci volte più alti dei rendimenti che gli agricoltori ottengono da ciò che producono. “Si tratta della trappola del debito progettata per le aziende agricole, per toglierle dalla loro terra ed appropriarsi dei loro beni – spiega ancora la Shiva.

Le denunce vanno oltre, includendo anche il business dei semi resistenti ai cambiamenti climatici, che addirittura grazie agli sconvolgimenti del clima generano profitto. Multinazionali come la Monsanto hanno registrato oltre 1.500 brevetti su colture resistenti ai cambiamenti climatici. 

photo credit to luminarya.com/