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Tonno rosso, crollo del 96% degli stock a causa della pesca

15/01/2013 | Ambiente
Lo stop definitivo alla pesca unico modo per evitare l'estinzione della specie.

Mentre al mercato di Tokyo un singolo esemplare di tonno rosso è stata venduto per ben 1,7 milioni di dollari, i ricercatori americani lanciano l'allarme: negli ultimi 20 anni, nel Pacifico, gli stock sono crollati del 96,4% in seguito al sovrasfruttamento delle risorse ittiche messo in atto dall'industria della pesca.

“Se si continuerà a depauperare gli stock ittici a questo ritmo - spiega il direttore scientifico dell'Enpa, Ilaria Ferri - nel giro di pochi anni potremo includere il tonno rosso tra le specie scomparse dalla faccia della terra a causa delle attività umane”.

Occorre, in altri termini, adottare un nuovo approccio che non sia limitato al semplice "contenimento dei danni" ma preveda uno stop definitivo alla pesca. “Com'era preventivabile - prosegue Ferri - la politica delle quote di pesca, soprattutto per i grandi predatori come tonni e pescespada si è rivelata fallimentare poiché non affronta il problema alla radice: se si vuole la sopravvivenza del tonno rosso e di molte altre specie, l'unica cosa da fare è smettere di pescarle. Co-responsabili di questa scellerata politica anche le grandi associazioni ambientaliste che sostengono attività ormai non più compatibili con la tutela della biodiversità e di tutto l'ecosistema marino”.

E' opportuno ricordare, tra l'altro, che la stragrande maggioranza dei tonni rossi catturati nel Pacifico - addirittura il 90% - è costituita da esemplari giovani che non hanno ancora terminato il proprio ciclo riproduttivo. Dunque, le attività di pesca oltre a determinare un impoverimento netto della popolazione di tonni rossi, l'industria ittica ne compromette seriamente le capacità riproduttive.

“Naturalmente il problema esiste anche nel Mediterraneo - conclude Ferri. “Per questo, prevedere aumenti delle quote proprio nel momento in cui gli stock sembrano dare timidi segnali di ripresa è una decisione irresponsabile e controproducente. Bene hanno fatto invece i cuochi di alcuni ristoranti a bandirlo dai menù. I decision makers  dovrebbero seguire il loro esempio e non cedere alle pressioni dell'industria della pesca”.