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Taccuino elettorale / Il sogno infranto degli ultraliberisti

22/02/2013 | Visioni
La vicenda di Giannino paradigma della dicotomia politica contro anti-politica e vecchio contro nuovo.

Adriano Celentano, nel suo tormentone “Ti fai del male” che è diventato la colonna sonora di questa campagna elettorale (quasi 200mila contatti in due giorni soltanto nel suo sito ufficiale), apre profeticamente il suo martellante brano con la frase: “Mi vuoi dire per quale partito io dovrei votare, loro promettono solo bugie”.

Ed è propria una panzana, anzi una tripla panzana (anche se non collegata a promesse per il dopo-elezioni), ad aver animato gli ultimi giorni di questa infinita campagna elettorale. Una menzogna che non solo rischia di ridimensionare le velleità della lista “Fare per fermare il declino”, ma offre lo spunto per qualche riflessione.

Non certo sulle influenze che la vicenda avrà sui risultati elettorali, quasi certamente limitate. Quanto piuttosto sull'ennesima screziatura che mortifica la politica, colpendo sia chi si erge paladino di onestà, moralità e meritocrazia sia chi, anche in buona fede, ripone speranza (dura a morire) e impegno in una lista. Nel caso di “Fare” indubbiamente affastellata in pochi mesi e, per recuperare i gap ideologici, pompata con il marketing come in quei viaggi finalizzati a vendere pentole. I fatti sono noti: l'economista Luigi Zingales, uno dei fondatori di "Fare per fermare il declino", ha clamorosamente rassegnato le proprie dimissioni dal movimento politico ultra-liberista ad appena una settimana dal ricorso alle urne.

Lanciando una pesante accusa: il giornalista Oscar Giannino, candidato alla presidenza del Consiglio nella sua stessa lista, avrebbe falsificato il proprio curriculum accademico. Lo stesso Zingales, in un lungo comunicato su Facebook, ha raccontato: "Quattro giorni fa, per caso, ho scoperto che Oscar Giannino ha mentito in televisione sulle sue credenziali accademiche, dichiarando di avere un Master alla mia università (Zingales insegna a Chicago ndr) anche se non era vero (http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/giannino-soli-perche-monti-ha-ceduto-a-fini-e-casini/118437/116906). Anche la sua biografia presso l'Istituto Bruno Leoni, ora prontamente rimossa, riportava credenziali accademiche molto specifiche e, a quanto mi risulta, false. Questo è un fatto grave, soprattutto per un partito che predica la meritocrazia, la trasparenza, e l'onestà. Ciononostante, il fatto per me ancora più grave è come questo brutto episodio è stato gestito. In una organizzazione che predica meritocrazia, trasparenza, ed onestà, la prima reazione avrebbe dovuta essere una spiegazione di Giannino ai dirigenti del partito, seguita da un chiarimento al pubblico. Invece Oscar si è rifiutato, nonostante io glielo abbia chiesto in ginocchio. Dopo aver provato, per quattro giorni, a fare di tutto per cambiare le cose, non mi resta che una via di uscita: dimettermi".

E aggiunge: "Anche le idee più sane hanno bisogno di gambe sane". Zingales ha insomma rifiutato la logica che i panni sporchi si lavano in famiglia. Anche perché, come precisa nella "lettera aperta", ha coinvolto nell'avventura di "Fare per fermare il declino" molti conoscenti. Interessante un altro frammento delle sue argomentazioni: "In un'Italia in cui ogni giorno un amministratore delegato o un politico finiscono in galera per corruzione, una bugia in televisione può sembrare un errore veniale. Per me non lo è: rompe il rapporto fiduciario tra cittadini e rappresentanti politici. Gli italiani sono alla disperata ricerca di leader politici di cui potersi fidare. Ma come possono fidarsi di un candidato leader che mente sulle proprie credenziali accademiche? In aggiunta, tollerare queste falsità mina alla base la credibilità di un movimento. Nessuna organizzazione e nessun partito possono essere completamente esenti dal rischio di disonestà e corruzione. L'unico modo per proteggersi è una politica di tolleranza zero che cominci fin dai vertici. In questo caso, purtroppo, Fare ha fallito".

Le repliche di Giannino hanno dato l’impressione della classica arrampicata sugli specchi. Tra smentite e indicazioni di stagiste che avrebbero pubblicato on-line la sua biografia con il triplo errore. Ma davvero uno non legge la propria biografia su diversi siti, compreso Wikipedia? Il finale è degno dell’epilogo: Giannino (che sul Corriere della Sera dello scorso 14 luglio aveva smentito l’ipotesi di una sua discesa in campo diretta), ora si dimette ma resta candidato premier del suo partito. Le sensibilità individuali di fronte a tale vicenda sono sintomatiche degli attuali umori del corpo elettorale. I principali forum sono arroventati da un fatto di cronaca che si presta a reazioni "di pancia", quelle preferite da tanti anonimi commentatori.

Tra i più blandi non manca qualche garantista che cerca di ridimensionare le colpe del giornalista dandy piemontese, confrontando la bugia a menzogne ritenute più gravi (l'immancabile nipote di Mubarak su tutte) come se un peccato ne possa cancellare o ridimensionare un altro. Inoltre qualche complottista “berluscofobo” ipotizza la solita lunghissima mano del Cavaliere per fermare un possibile antagonista. Ma nel Paese della fantasia e delle leggende aleatorie (appartamenti ricevuti inconsapevolmente o pagati in nero da altri), le concrete prove di una frottola millantatrice che viaggia on-line alimentano non solo l'immancabile e animosa anti-politica, ma persino giudizi più assennati e riflessivi: da qui il richiamo a quella civilissima Germania dove un ministro si è dimesso con la "veniale" accusa di aver copiato parte di una tesi laurea quarant'anni prima, ma anche alla nostra imprevedibile Italia che s'indigna (giustamente) per i titoli di avvocato conquistati da ex ministre lombarde in trasferta a Reggio Calabria, per lauree conseguite da giovani consiglieri padani in trasferte balcaniche o per millantati master alla Bocconi ottenuti da mondane imprenditrici prestate alla politica.

Proprio su queste pagine, nei giorni scorsi, abbiamo evidenziato come questa campagna elettorale sia caratterizzata da continue "pretese del nuovo" da parte dei candidati, come se il passato in quanto tale - quindi anche apportatore di valori e di ideali (per quanto spesso calpestati) - vada cancellato in toto con un colpo di spugna. Ma "il nuovo", nella sua genericità, rischia di inglobare una folta schiera di lesti trasformisti, di abili saltatori nel buio e di tecnici che ingarbugliano (presunte) competenze con (presunti) valori etici.

A Giannino, autonominatosi paladino del cambiamento ma con un lungo corso nelle anticamere dei Palazzi, la maschera è addirittura caduta prima del responso delle urne. Inavvertitamente, come in tutte le più paradossali storie che la ragion di Stato ci ha abituati a vivere in questi ultimi anni.