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Sicurezza alimentare, il Rapporto Fao 2017

19/09/2017 | Visioni
Torna a crescere, dopo dieci anni, la fame nel mondo.

Dopo Expo la consapevolezza della responsabilità dei consumatori e la del rapporto con le risorse della terra ci avevano fatto sperare. Nel 2015 i “millenium goals” sembravano davvero raggiungibili; era quello l’anno migliore, quello in cui le persone afflitte da malnutrizione toccavano i “soli” settecento milioni, in grande diminuzione.

Numeri freddi, ma che ci facevano comprendere che il cibo a disposizione è più che sufficiente per nutrire tutta la popolazione del pianeta, ma poiché ciò non si realizzava risultò finalmente evidente l’assioma di Amartya Sen; non di insufficiente cibo si tratta ma di disparità di diritti. Il cibo c’è ma il 10% della popolazione del globo non ha i soldi per procurarselo oppure vive in zone che non hanno mercati.  Oggi, dopo Milano e dopo Astana, la verità è anche peggiorata; la popolazione che soffre la fame , dopo un decennio di successi, è tornata ad aumentare.

La fame nel mondo nel 2016 ha colpito 815 milioni di persone, ovvero l’11% della popolazione globale. Ce lo dice il rapporto “The State of Food Security and Nutrition in the World 2017” a cura delle agenzie dell’Onu Fao, Ifad e Wfp, rilevando che i 38 milioni di affamati in più sul 2015 si devono in gran parte alla proliferazione di conflitti violenti e agli shock climatici. Il rapporto è la prima valutazione globale dell’Onu sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione rilasciata dopo l’adozione dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, che mira a porre fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione come priorità politica a livello internazionale. Il rapporto ricorda che nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a contare dieci miliardi di individui e per tale data la produzione alimentare dovrà aumentare del 50% e ciò sarà possibile con le politiche agricole in atto.

L’ultimo rapporto Fao è però motivo di preoccupazione a causa di questa ripresa della malnutrizione ai limiti della fame per oltre ottocento milioni di individui. La situazione viene evidenziata in un anno in cui la carestia ha colpito in alcune parti del Sud Sudan per diversi mesi nel 2017 e le situazioni di insicurezza alimentare a rischio di trasformazione in carestie sono state identificate in altri paesi colpiti da conflitti, vale a dire Nigeria, Somalia e Yemen.

La sicurezza alimentare è notevolmente peggiorata anche in alcune parti dell’Africa sub-sahariana, dell’Asia meridionale e occidentale. Questo è stato più evidente in situazioni di conflitto, in particolare dove gli impatti sulla sicurezza alimentare dovuti alle guerre sono stati aggravati da siccità e da inondazioni, legate in parte al fenomeno El Niño e in parte agli shock legati al clima.

Negli ultimi dieci anni il numero di conflitti violenti in tutto il mondo è aumentato in modo significativo, in particolare nei Paesi in cui si è già affrontata l’insicurezza alimentare, colpendo le comunità rurali e avendo un impatto negativo sulla produzione e disponibilità di cibo. In media, il 56% della popolazione dei paesi colpiti da un conflitto vive nelle aree rurali, dove il sostentamento dipende in larga misura dall’agricoltura. Il conflitto colpisce negativamente quasi ogni aspetto dell’agricoltura e dei sistemi alimentari, dalla produzione, dalla raccolta, dalla trasformazione e dal trasporto fino alla fornitura, al finanziamento e al marketing. In molti paesi colpiti da conflitti, l’agricoltura di sussistenza è ancora centrale per la sicurezza alimentare per gran parte della popolazione. 

Il rapporto della Fao segnala, inoltre, varie forme di malnutrizione che riguardano milioni di bimbi. Circa 155 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni sono sottosviluppati mentre 52 milioni soffrono di deperimento cronico. Circa 41 milioni di bambini sono invece in sovrappeso. Preoccupano inoltre, secondo il rapporto, l’anemia delle donne e l’obesità degli adulti. Queste tendenze sono una conseguenza non solo dei conflitti e del cambiamento climatico, ma anche dei grandi mutamenti nelle abitudini alimentari e dei rallentamenti economici.

photo credit to Fao