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Roma aperta e sostenibile: una coalizione per ripensare il futuro degli spazi pubblici

04/06/2012 | Ambiente
L’iniziativa mira a mettere in rete le esperienze, le pratiche e le riflessioni di chi agisce per la riappropriazione della città e dei suoi spazi pubblici.

Una democrazia fatta di partecipazione, innovazione e sostenibilità. E’ uno degli slogan della coalizione dei lavoratori indipendenti “Il Quinto Stato” che lunedì 4 giugno (ore 18) presso la Città dell’Altra Economia a Roma (largo Dino Frisullo, rione Testaccio), celebre per i mercatini biologici della domenica mattina, promuove un incontro cui prenderanno parte movimenti legati ai mercati rionali che rischiano di scomparire (come il Mercato Metronio, a via Magna Grecia), gli ex distretti produttivi (come il Mattatoio di Testaccio), il Coordinamento dei comitati No-Pup (che lotta contro i cantieri per la costruzione di box sotterranei, spesso al posto di giardini), la rete sociale “Casalbertone”, la rete dei comitati delle caserme in dismissione, i luoghi storici e periferici della produzione e della distribuzione culturale (come il Teatro Valle, l’ex Cinema Palazzo di San Lorenzo e il Teatro del Lido di Ostia).

L’iniziativa mira a mettere in rete le esperienze, le pratiche e le riflessioni di chi agisce per la riappropriazione della città e dei suoi spazi pubblici, contro ogni svendita e abbandono, nonché per una visione sostenibile e pubblica degli spazi comuni rispetto a quella speculativa (che, purtroppo, va per la maggiore).

Il progetto è quello di iniziare un percorso comune e ripensare l’uso pubblico di questi spazi, alla luce anche delle esigenze dei lavoratori indipendenti. “Intendiamo garantire nuove condizioni di vivibilità e fruibilità degli spazi pubblici da parte di tutta la cittadinanza, senza nessuna esclusione – spiegano i promotori – per riaffermare il diritto delle comunità locali a scegliere le destinazioni d’uso e a co-progettare questi luoghi, ma anche per ripensare e costruire una nuovo e più sostenibile rapporto tra città e campagna”.

E ancora, in particolare, “Roma sta vivendo una nuova drammatica fase nella sua contesa storia urbanistica, che dal 1870 ad oggi l’ha portata ad avere un’estensione pari alla somma di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Palermo e Catania, dieci volte superiore alla superficie del comune di Parigi. Questa rapidissima, ipertrofica e sregolata espansione, è stata quasi esclusivamente frutto di una cultura speculativa – bulimica di territorio e di rendita – che si è tramandata e rinnovata sino ai nostri giorni, vedendo solo l’avvicendarsi dei centri di potere e dei protagonisti che l’hanno voluta, gestita e fatta fruttare a scapito di tutti gli altri e della città stessa. Nessun tentativo di pianificazione e di progettazione complessiva è riuscito in 140 anni a garantire il rispetto delle regole e la salvaguardia di un ecosistema umano e naturale che per millenni si è basato su un delicato equilibrio tra città e campagna, tra spazio pubblico, vita e storia, con un tasso di porosità e di eterogeneità che ha fatto di Roma un palinsesto sociale e materiale unico al mondo”.

In un documento dei promotori, si attaccano frontalmente i “grandi elettori” dei sindaci, cioè le note “dinastie palazzinare dei Caltagirone, dei Toti, dei Bonifaci, dei Mezzaroma” colpevoli, tra l’altro, di “aver devastato gli ultimi lacerti della Campagna Romana, un sistema culturale, produttivo, monumentale e naturale prezioso e da sempre intimamente connesso all’Urbe, pesantemente compromessa dalla cementificazione degli anni Cinquanta-Ottanta”.

Si ricorda come tutto questo sia stato possibile grazie a complici interventi statali, come la modifica del Codice dei beni culturali e del paesaggio. La sola correzione di un articolo, spostando da 50 a 70 anni la soglia per poter dichiarare l’interesse culturale di un’architettura, ha di fatto fornito lo strumento giuridico necessario per intervenire in quadranti anche molto centrali. L’indebitamento progressivo dell’amministrazione sta offrendo l’occasione per fare ulteriormente cassa, mettendo definitivamente le mani sulla città e sul suo hinterland. Soltanto nell’ultimo decennio sono stati costruiti un miliardo di metri cubi: outlet, ipermercati e centri commerciali sempre più grandi, circondati da quartieri pressoché vuoti, a scapito soprattutto del verde e della campagna. Rispetto alla possibilità di regolamentare e riqualificare il “tanto esistente”, evitando di aggiungere un solo mattone o di tagliare un solo albero (venendo quindi incontro alle richieste della cittadinanza) di continua ad attivare cantieri – i più completamente inutili – in nome di un’occupazione fittizia (e quasi sempre precaria) e di un falso processo, ormai inconciliabile con qualsiasi ragionevole interpretazione delle parole “crescita” e “sviluppo”.

In anni di crisi dell’economia, del lavoro, della produzione e della ricerca, le pratiche promosse dal “cartello” vanno dal riuso di materiali all’imprenditoria sociale, dall’arte alla cultura, dall’economia collaborativa al mutualismo, dalle energie rinnovabili all’agricoltura biologica, dal co-working al co-housing. Un processo che dovrebbe responsabilizzare qualsiasi individualità in favore del benessere collettivo e del rispetto ambientale.