Beta version

Riuso: dalle reti da pesca abbandonate si ricavano vestiti

05/04/2012 | Ambiente
Le ultime frontiere del riciclo: così, non solo si salvano tartarughe e cetacei, ma si risparmiano decine di migliaia di barili di petrolio.

Sarebbe di 640 mila tonnellate l’entità delle reti da pesca lasciate alla deriva. Un pericolo, tra l’altro, per cetacei e tartarughe. Ora, grazie ad un’azienda, la Aquafil, sarà possibile riutilizzare questo materiale per realizzare filati tramite il sistema Econyl messo a punto dalla stessa azienda italiana.

Dalle reti da pesca abbandonate sarà quindi possibile realizzare costumi da bagno, biancheria intima e indumenti sportivi. Il primo impianto di produzione è stato inaugurato nello scorso mese di maggio a Lubiana, in Slovenia. “Abbiamo cominciato a riciclare i cascami della produzione - dichiara Giulio Bonazzi, amministratore delegato di Aquafil. “Sono seguite ricerche e le reti da pesca si sono presentate come la fonte di nylon 6 quantitativamente e qualitativamente più interessante”.

L’operazione di raccolta ha un valore ecologico. La Fao e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) hanno stimato che le tonnellate di reti abbandonate alla deriva negli oceani costituiscono un decimo dei rifiuti presenti in mare. Le reti rimangono alla deriva per periodi molto prolungati e sono responsabili della cattura accidentale di cetacei e altri animali marini. Soltanto nei mari a largo del sud-est degli Stati Uniti ogni anno circa 55 mila tartarughe marine sono vittime delle reti da pesca per i gamberetti.

Le reti da pesca raccolte rientrano nel ciclo produttivo per ricavare caprolattame, la materia prima chimica con cui si produce il nylon 6 (che ne è il polimero). Il caprolattame è il lattame dell’acido 6-amminoesanoico o aminocaproico, un solido molto solubile in etanolo e abbastanza solubile in acqua. Il processo chimico prevede la depolimerizzazione, da cui si ottiene il monomero del caprolattame.

Segue la fase della purificazione, quindi una nuova polimerizzazione. Tutto senza usare sostanze inquinanti, con un risparmio stimato di 70 mila barili di petrolio ogni anno. Il progetto di ricerca è partito tre anni fa e andrà avanti ancora per cinque anni. “L’obiettivo futuro - conclude Bonazzi - è dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2020 e diminuire il consumo delle risorse idriche durante il ciclo produttivo”.