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Quell’accaparramento di terre che genera nuovo colonialismo

25/01/2012 | Editoria
Torniamo sull'argomento land grabbing; la nuova proposta sullo scottante tema.

Sul fronte dei neologismi in salsa anglosassone, offerti come un piatto amaro dalla finanza internazionale, lo spread non è purtroppo un indicatore solitario. E non essendo solo, non può essere che male accompagnato. C’è infatti un altro grave elemento, per quanto meno conosciuto, con cui dobbiamo fare i conti quotidianamente: è il land grabbing.

Cioè la crescente sottrazione di terre fertili, tradizionalmente destinate alle produzioni di beni alimentari, per un fatale cambio di destinazione d’uso: dalle colture che servono per sfamare gli uomini, come il grano, a quelle per creare carburanti, come il mais o la soia. Con la regia di spietate multinazionali dell’agrobusiness. Il fenomeno, per quanto accentuato in Paesi del terzo mondo – Africa in primis – investe ormai anche il nostro Paese.

Se la terra, soltanto qualche anno fa, sembrava destinata al disinteresse a causa di profitti sempre più bassi nell’economia agricola, oggi gli investimenti mondiali puntano proprio sui beni fondiari attivando una sorta di nuovo colonialismo particolarmente insidioso. Attori e ragioni di questo accaparramento sono molteplici.

Numerose multinazionali, particolarmente dinamiche nell’anticipare i nuovi business, hanno compreso la centralità - per il futuro - delle energie alternative ai fossili in via di esaurimento, per cui stanno affittando o negoziando sterminate quantità di terreno, soprattutto in Africa, per gestire piantagioni idonee alla produzione di biocarburanti.

I sussidi alle energie alternative accentuano la tendenza. Non sono però sole in questa opera di vera e propria spoliazione. Sono infatti affiancate da grandi nazioni, come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, la Libia, la Corea del Sud, che disponendo di grandi risorse economiche - ma non di spazi sufficienti per garantire la sicurezza alimentare ai propri abitanti - stanno operando in analogo modo, acquisendo enormi quantità di terra nelle nazioni africane o sudamericane per intensificare le produzioni più adatte al proprio mercato.

Insomma, tutti hanno capito che l’investimento in terra può garantire ricavi sempre più alti e sicuri, specie in periodi in cui la repentina crescita della popolazione mondiale provoca una domanda sempre maggiore di cibo e di energia. Tutto ciò sta determinando trasformazioni epocali: la finanza allunga i suoi tentacoli sulle materie prime, provocando un anomalo collegamento tra i prezzi dei generi alimentari, quelli petroliferi e le fluttuazioni di Borsa.

Parallelamente questo neocolonialismo, che di fatto depreda dei propri beni le piccole proprietà, finisce per accentuare disuguaglianze economiche e stravolgimenti ambientali e sociali a causa dello sfruttamento di manodopera privata della propria terra di sussistenza.

Una delle più rigorose e approfondite indagini sui meccanismi che legano i diversi livelli del fenomeno è stata compiuta dal giornalista Stefano Liberti, vincitore nel 2010 del prestigioso premio Indro Montanelli con “A sud di Lampedusa”. Liberti ha svolto un dettagliato reportage giornalistico sul posto durato tre anni, viaggiando tra le magnifiche valli dell’Etiopia (oggetto delle attenzioni della vicina Arabia, anche perché tutte demaniali), i filari della Tanzania (nuova frontiera dei biocarburanti) e le foreste dell’Amazzonia, incontrando businessman dell’Arabia Saudita e faccendieri del Qatar, curiosando nelle dinamiche della Borsa di Chicago, tra le riunioni in Fao a Roma e le convention finanziarie a Ginevra.

ll frutto del paziente lavoro è il libro “Land grabbing” (Minimum fax, 15 euro), dove le sfaccettature di questo complesso fenomeno si dipanano tra finanza, economia, agricoltura, sicurezza alimentare e politica internazionale.

Stati ricchi di denaro ma in crisi di risorse alimentari, multinazionali che cavalcano il boom dei biocombustibili, società finanziarie a caccia di investimenti sicuri: sono i protagonisti di una corsa all'acquisizione delle terre che sta cambiando il volto del Sud del mondo. Un reportage fra quattro continenti ce lo racconta per la prima volta”. Questo testo, nella quarta di copertina del libro, fotografa impeccabilmente uno scenario mondiale.