Beta version

Taccuino politico / I pm fuori dal Palazzo

05/03/2013 | Visioni
Le elezioni ci hanno consegnato un parterre de roi se non nuovo almeno "rinnovato". Fuori tutti i protagonisti della stagione dei pm in politica.

Michele Serra, nella sua “Amaca” su Repubblica, si augura che Antonio Ingoia ora torni in Guatemala e ci resti. L’ex magistrato siciliano, che fino a qualche mese fa rappresentava un’icona della sinistra, oggi è oggetto di non pochi strali da coloro che probabilmente ne hanno applaudito le performance soprattutto nella manifestazione di piazza del Popolo per la difesa della Costituzione: la Rivoluzione civile promossa dall’ex pm, raccogliendo il 2,3% alla Camera e l’1,8% al Senato, resta fuori dal Parlamento.

Voti, secondo i maliziosi, sottratti alla coalizione bersaniana e in un paio di regioni – Abruzzo e Calabria – decisivi per far vincere il centrodestra. La sconfitta del guatemalteco Ingoia è anche la debacle dei partiti che si sono riuniti con lui: è la seconda legislatura che il Prc di Paolo Ferrero, i Comunisti italiani di Oliviero Diliberto e i Verdi di Angelo Bonelli rimangono fuori dal Parlamento.

Il clima è quello del 14 aprile 2008, quando all’Hard Rock Cafè di via Veneto si registrò il disfarsi della lista Arcobaleno capitanata dall’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Lontani i tempi - anno 2006 - quando i tre partiti avevano totalizzato, separatamente, 72 seggi alla Camera (10,22% dei voti) e 13 al Senato (11,54%). Il gruppo dirigente di Rifondazione comunista, che in questi ultimi cinque anni per sopravvivere ha messo i funzionari in cassa integrazione, come evidenzia “Il Giornale”, e pur di far politica ha venduto le sezioni in giro per l’Italia, la foresteria di piazza Vittorio, persino un pezzo della sede di via del Policlinico, spiega: “Siamo rimasti schiacciati tra il voto utile invocato da Bersani e il risultato del Movimento 5 Stelle: al Pd avevamo proposto dialogo ma ci è stata chiusa la porta in faccia”.

Ed ancora, per bocca di Sandro Ruotolo, il giornalista candidato alla presidenza della Regione Lazio: “Il centrosinistra ha consegnato il Paese o alla destra o all’ingovernabilità. Il Pd, queste elezioni, le ha perse due volte: la prima con la scelta di non andare alle elezioni subito e la seconda facendo l’accordo con Monti”. Altro addio eccellente è quello di Antonio Di Pietro. Dopo ben sedici anni in cui l’ex magistrato ha non solo animato il Parlamento, ma soprattutto i salotti televisivi con presenze pressoché continue. La sua Idv è rimasta in vita soltanto in qualche amministrazione locale, anche se decimata dagli scandali. Ben lontano è quel 2008, quando il Tonino nazionale portò in dote ben 29 deputati e 14 senatori. Tra questi, personaggi ben noti più alle cronache di costume che a quelle politiche, come Antonio Razzi e Domenico Scilipoti (tra l’altro, a differenza dell’ex magistrato, rieletti in Parlamento).

Ma lungo è l’elenco dei transfughi dipietristi: gente come Massimo Donadi, Aniello Formisano, Giovanni Paladini, Stefano Pedica, Pino Pisicchio e Gaetano Porcino sono finiti con Bruno Tabacci nel Centro Democratico. Sono approdati su altre sponde anche il corregionale Peppino Astore, il giornalista sindacalista Beppe Giulietti, l’ex Pci e Cgil Aurelio Misiti (poi sottosegretario alle Infrastrutture con il governo Berlusconi), Americo Perfidia (finito anche lui a sostenere il governo Berlusconi con “Noi Sud”), il giornalista di origini congolesi Leonard Touadi (sbarcato nel Pd).

Ma il capolavoro assoluto di Di Pietro è stato Sergio De Gregorio: appena eletto al Senato, nel 2006, passò al centrodestra e alla presidenza della commissione Difesa. Ed ora, per quella vicenda, è al centro delle cronache giudiziarie.